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Entro in contatto con questo post pubblicato su VirtualEco (http://www.virtualeco.org/2011/07/design-royale-il-social-learning-con-facebo… in cui si parla della realizzazione di un percorso formativo interamente su Facebook. Fino a qui sembrerebbe di poter dire nihl sub sole novi, ma quello che si analizza nel post è un approccio in parte nuovo e interessante che merita una riflessione sul come l’esperienza è stata – a tutti gli effetti – condotta.

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Ma partiamo dall’inizio. Che cos’è e come funziona Design Royale?
Come si legge nell’articolo lo scopo di questa sperimentazione è stato quello di offrire a giovani talenti del design mondiale volenterosi di imparare un’occasione unica per entrare in contatto con docenti di prim’ordine.

Il progetto Design Royale, però, si è posto (si pone) un obiettivo diverso e inedito: usare il web per insegnare il design e per trasmettere una conoscenza pratica e concreta, attraverso dei workshop completamente online.

Naturalmente esistono siti in cui si può imparare a fare delle “cose”: Instructables per esempio, il posto migliore dove cercare istruzioni pratiche online, per esempio “Come colorare la tua jeep in modo che sembri un veicolo d’assalto“. E altrettanto naturalmente esistono dei luoghi per apprendere conoscenze teoriche, online (innumerevoli, la Parallel School of Design è una).

Tuttavia, c’erano delle variabili che nessuno, imho, era ancora riuscito a produrre in ambiente online. O almeno, non tutte insieme – nè nel mondo del design.

  • il rapporto insegnante-studente
  • le interazioni d’aula (pubbliche, tra il docente e gli studenti, ma soprattutto tra gli studenti), ivi inclusi commenti, complimenti e critiche
  • la circolazione di idee, riferimenti visivi, materiali
  • l’assegnazione (online) e lo svolgimento di task (concreti e offline)

Quindi, (la prima edizione di) Design Royale è il tentativo di condurre quattro workshop, sul design, con studenti internazionali, completamente online

Agli studenti sono stati forniti dei brief davvero divertenti e innovativi che riporto qui perché credo che meritino, sui quali è stato chiesto di lavorare.

Nel post si sottolineano poi i numerosi vantaggi dell’utilizzo di Facebook all’interno della didattica, soprattutto in relazione ai “nuovi” gruppi. Un tema – come sappiamo – non nuovo nel quale ricorrono molte riflessioni che condivisi al convegno SIREM del 2010 e sul quale sono ritornato di recente con un post specifico (http://www.sociallearning.it/luso-dei-social-media-nella-formazione-e-il-l ).

Nel complesso, da quello che ho letto, credo che il caso di Design Royale sia un ottimo caso di social media applicati alla formazione e ai contesti dell’apprendimento in generale. La sfida non facile di impiegare Facebook all’interno di workshop di design, che di per sé poco si prestano a dinamiche formative online, è stata raggiunta e superata nelle aspettative. Un progetto interessante che però fa trasparire la sensazione che più che di Social Learning tout court si possa parlare di apprendimento mediato dai social media, nello specifico da Facebook.

In realtà credo sarebbe stata anche più interessante, a chiusura del periodo di workshop la creazione di una community di designer che fosse in grado di continuare gli stimoli e i processi che si sono innescati durante il corso.
Tuttavia credo che il progetto meriti una menzione particolare proprio per aver dimostrato – ancora una volta e casomai ce ne fosse ancora bisogno – l’utilità dei media sociali nell’ambito formativo e didattico. In Italia e nelle organizzazioni queste sperimentazioni sono – purtroppo – ancora delle mosche bianche.

Vi lascio con un video di Stefano Mirti che contestualizza e spiega meglio anche il contesto all’interno del quale è nata la sperimentazione

I miei complimenti quindi al team che ha seguito lo sviluppo del progetto contribuendo a mettere un altro tassello importante nella definizione dell’uso dei social media all’interno dei processi di apprendimento e una piccola nota a sottolineare che forse qualcosa in più poteva essere fatto.

Si è tenuto lo scorso 8 Giugno 2011 – e ne avevamo già parlato in questa sede (http://www.sociallearning.it/una-definizione-di-social-business-e-un-event) – il Social Business Forum (http://www.socialbusinessforum.it/) è stato un evento di altissimo livello in cui speaker nazionali e internazionali si sono succeduti sul palco raccontando storie, casi di successo, esperienza concrete, idee e prospettive future legate al mondo del Social Business e della sua efficacia sui processi organizzativi e aziendali.

Ecco la mia presentazione dedicata alla tematiche della conoscenza connessa e del Social Learning

Come ho premesso in apertura del mio speech l’idea è stata quella di gettare alcune suggestioni e di lanciare alcune idee circa un trend in forte crescita e ancora non chiaramente definito come quello – appunto – del Social Learning.
Ecco un brevissimo riassunto dei temi che ho trattato durante l’intervento:

  • Il cambio di paradigma: il Social Business è una rivoluzione competa e profonda dell’organizzazione dalla quale i processi di gestione della conoscenza, di apprendimento e di gestione delle risorse umane non possono essere esclusi. Considerando che il Social Business ha come focus proprio quello legato alle persone – nel recupero di una dimensione più umana e autentica, come ha detto Emanuele Quintarelli nel suo speech di apertura – i processi legati alla funzione HR diventano importantissimi e cruciali nel percorso che porta l’organizzazione alla trasformazione verso un ecosistema più ampio.
  • L’importanza delle community: i lavori di Wenger, le riflessioni sul Community Management, sull’emergenza della conoscenza e dell’apprendimento dalle reti informali, sono processi che sono noti e studiati da tempo ma che – oggi – con le nuove tecnologie acquistano nuovo valore e nuova linfa ricollocandosi al centro dell’organizzazione.
  • La teoria del Flow, del Group Flow e del Networked Flow (si approfondisca qui su un vecchio post http://www.sociallearning.it/tag/flowtheory) possono risultare molto molto interessanti per allargare il framework dei processi di apprendimento e in una dimensione, prima individuale e poi di gruppo, portare al raggiungimento di un’esperienza ottimale di apprendimento che sia emergente, condivisa, totalizzante e intrinsecamente motivante. Un’esperienza in cui gli stessi individui sono portati a collocarsi per il semplice piacere di far parte di un sistema che si auto-evolve.
  • La tecnologia, è vero: il driver culturale è importante, ma non bisogna dimenticarsi che la tecnologia rappresenta il contesto abilitante entro cui ci si muove per la realizzazione di apprendimenti di tipo emergente. Deve rappresentare in senso tecnico un’affordance, non un vincolo, deve metterci in grado di esprimerci senza problemi o particolari complessità di fondo. Una selezione di piattaforme di Social Software può venire in nostro aiuto per comprendere meglio in che modo sia possibile effettivamente strutturare delle community che siano il più possibili in linea con gli obiettivi stretgici dell’organizzazione.
  • La valutazione della formazione e della conoscenza informale: posto che sia possibile – ed è possibile – la realizzazione di quanto detto si pone il problema di valutare adeguatamente quale sia il ROI, l’efficacia, la persistenza di apprendimenti di questo tipo. In che modo l’organizzazione si modifica sulle spinte di queste community? Quali sono i punti deboli su cui intervenire? Quali le minacce? Quali i punti di forza.
    Si tratta – in questo senso – di ripensare le metriche di valutazione verso approcci più di rete come quelli della Social Network Analysis (http://scholar.google.it/scholar?q=social+network+analysis&hl=it&as_s…) e della Organisational Network Analysis.
    In questo modo e’ possibile mappare la conoscenza informale che si distribuisce, in modo più o meno efficace ed efficiente, all’interno dell’organizzazione.

Il post è volutamente breve perché rappresenta uno spunto per una discussione che vuole essere il più possibile… Open :)

[Original version (english) follows]

Ecco un breve profilo di George per farlo conoscere a chi non lo dovesse aver mai sentito nominare.

 

George Siemens, è direttore associato del Learning Technologies Centre presso l’Università di Manitoba e autore di Knowing Knowledge, un’esplorazione su come il contesto e le caratteristiche della conoscenza siano cambiati, e cosa questo significhi per le organizzazioni di oggi. George è anche fondatore e presidente di Complexive Systems Inc., un learning lab focalizzato sull’assistenza alle organizzazioni nello sviluppo di strutture di apprendimento integrate che incontrino le esigenze di strategie di esecuzione globale.

 

Siemens sarà presente al Social Business Forum 2011 – http://www.socialbusinessforum.it/

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Veniamo ora all’intervista vera e propria.

Pensi che il nuovo trend del “Social Learning” sia assimilabile a quello che tu hai definito – in tempi non sospetti – connettivismo? Oppure credi che siano due concetti differenti? In che modo le due aree si possono conciliare o sovrapporre?

Il Social Learning non è un nuovo trend. I modelli di apprendimento come quelli corporativi delle Gilde e dell’apprendistato hanno invocato molto tempo fa quello che noi oggi chiamiamo Social Learning. Andando ancora più indietro nel tempo, i primi filosofi si appoggiavano quasi esclusivamente al Social Learning, come ci ricordano molto bene le storie che ancora si raccontano su Socrate, Platone ed Aristotele. Ciò che c’è – oggi – di veramente innovativo è la scala sulla quale possiamo essere coinvolti in un processo di Social Learning. Le tecnologie basate sul web riducono moltissime delle barriere che i discenti erano costretti ad affrontare nel passato (tempo e geografia sono solo due delle molte possibili variabili). Con lo sviluppo dei social-network e strumenti come Skype, Google Talk, i device mobili, il livello e la scala rispetto alla quale possiamo essere “social” sono aumentati in modo consistente. In questo senso il “Social Learning” è un ritorno più naturale al nostro modo di apprendere e di interagire con gli altri.

 

In termini di Connettivismo e Social Learning personalmente vedo le attività del Social Learning come parte del Connettivismo. Entrambi i concetti si riferiscono a come si distribuisce la conoscenza ed enfatizzano come problemi complessi possano essere risolti assumendo un’ottica reticolare e sistemica. Il punto in cui il connettivismo differisce dal Social Learning è sull’accesso a risorse e fonti anche non-social. Per esempio: le nuove idee, molto spesso, non sono altro che rielaborazioni di idee che si sono susseguite nei secoli passati. William Rosen nel suo libro The Most Powerful Idea in the World  mette in evidenza proprio questo. Il modo, cioè, in cui le persone connettono tra loro le idee non è sempre sociale. Inoltre, il modo in cui le organizzazioni creano la loro struttura manageriale influenza il modo in cui l’informazione scorre all’interno dell’organizzazione stessa. Il Connettivismo è legato al come queste informazioni, tecniche e strutture sociali impattino e contribuiscano allo sviluppo di innovazione, invenzione e adattamento dinamico dell’individuo e dell’azienda.

Parlando di Social Learning io credo possa essere, in poche righe, definito come un fenomeno emergente che origina a partire dalle reti di conoscenza (knowledge networks) e dai flussi di valore siano essi formali o informali. Cosa ne pensi?

Personalmente ho una visione abbastanza anticonvenzionale del Social Learning. La maggior parte degli esperti e dei consulenti enfatizzano la dimensione sociale e come le nuove tecnologie – Facebook, Twitter e i Blog – contribuiscano a far divenire “social” le persone. Trattano l’aspetto sociale come il più critico all’interno del processo di apprendimento. Io no. Credo che le persone siano mosse prima di tutto dalle informazioni. Processiamo l’informazione costantemente. Da quando siamo bambini, cerchiamo di dare un senso al mondo cercando di rifletterci sopra, di valutare, di connettere le informazioni che incontriamo. E’ un tratto evoluzionistico: siamo esseri viventi basati sulle informazioni.
Ci sviluppiamo in relazione alle informazioni intorno a noi.
Tornando indietro all’epoca in cui l’uomo era un cacciatore-raccoglitore quelli che sopravvivevano erano coloro che erano in grado di dare un senso alle informazioni presenti nel contesto in cui vivevano: quali piante raccogliere, quali animali evitare, di cosa cibarsi e via dicendo.

 

La mia teoria è che il tratto dominante dell’umanità sia l’acquisizione, la processazione e la creazione di informazioni. Impieghiamo approcci sociali che ci consentono di gestire meglio le informazioni. Troppe persone che parlano di Social Learning vedono la dimensione sociale come il punto di arrivo. Io vedo nella ricerca di senso e di una via lo scopo primario che ci fa utilizzare gli approcci sociali per assisterci in un’evoluzione personale e nella sopravvivenza. Questo mi porta alla mia personale definizione di Social Learning: l’appoggiarsi a reti sociali e interazioni per avere assistenza nella propria ricerca di attribuzione di un senso alle informazioni presenti nel nostro contesto.
 

Quale pensi che sarà la prossima “next big thing” parlando di sistemi di apprendimento emergenti e di organizzazioni che si evolvono?

Ho qualche dubbio sulla prossima “next big thing” nell’ambito dell’apprendimento, le scuole, le università e le organizzazioni saranno basate sull’analisi della conoscenza. Produciamo flussi di dati in quasi tutto quello che facciamo (processo amplificato dalle tecnologie mobili). Le nostre idee, le nostre posizioni, quello che leggiamo, con chi interagiamo… Tutto è immortalato in Facebook, Foursquare, Twitter e sui nostri blog. Molte compagnie brancolano nel buio in termini di conoscenza e apprendimento organizzativo. Riconoscere l’enorme quantità di dati e flussi di informazioni che vengono prodotti è il primo passo per muoversi verso un approccio analitico nei confronti degli scopi e degli obiettivi dell’azienda, oltreché un modo per costruire competenza. Attraverso l’analisi dei flussi di informazione le aziende possono comprendere in che modo la conoscenza si muove nelle reti, come le persone collaborano, quali persone dovrebbero lavorare assieme a seconda delle attività che hanno precedentemente svolto e come fronteggiare efficacemente problemi complessi (come ad esempio l’ingresso in un nuovo mercato, l’acquisizione di una nuova azienda, o il lancio di un nuovo prodotto). Le analisi – in sostanza – possono aiutare le aziende a comprendere meglio se stesse.

In che modo pensi che possa essere valutato questo nuovo modello di apprendimento di cui stiamo parlando? E’ chiaro che non possono essere utilizzate logiche vecchie applicate semplicemente a nuovi paradigmi, ma che deve essere rivisto l’intero framework del processi di apprendimento (dell’individuo e dell’organizzazione in generale). Molte ricerche stanno andando nella direzione dell’utilizzo della Social Network Analysis (SNA) per valutare la formazione e l’apprendimento. Cosa ne pensi?

Sono d’accordo con la tua affermazione q
uando sostieni che è necessario che ripensiamo i nostri sistemi di valutazione. Nei primi anni 2000 ho guidato un progetto di Social Network Analysis che ha coinvolto il dipartimento di una grande università degli US. Abbiamo valutato oltre 100 persone del dipartimento e abbiamo cercato di comprendere in che modo essi collaborassero gli uni con gli altri, dove andassero per chiedere aiuto e come usassero le reti sociali a loro disposizione per risolvere i problemi di tutti i giorni.
Comprendere i nodi essenziali della rete del dipartimento è stato un importante primo passo per dare l’avvio ad un cambiamento organizzativo.

 

In modo molto simile, le organizzazioni di oggi hanno bisogno di prendere in considerazioni analitiche nuove e modelli di valutazione innovativi per riconfigurare la loro struttura. La conoscenza che giace nella maggior parte delle organizzazioni non è connessa adeguatamente. Molto spesso certe persone lavorano su alcuni problemi senza sapere cosa fanno gli altri, senza consapevolezza. Per muoversi sul piano dell’apprendimento significativo e di una corretta gestione e crescita della conoscenza, abbiamo bisogno di fare un migliore lavoro nel conoscere cosa sappiamo noi e chi all’interno della nostra azienda conosce cosa. Gli strumenti di analisi giocano un ruolo importante nel mappare la conoscenza organizzativa. In questo senso, le analisi ci forniscono un modello dal quale partire per riconfigurare la nostra azienda. Nel passato i leader hanno preso le decisioni con angoli di visuale completamente ciechi. Per esempio, l’unione di due dipartimenti è stata condotta perché aveva senso dal punto di vista finanziario. Poca è sempre stata l’attenzione posta alla conoscenza e al come l’apprendimento e la costruzione di sapere potrebbero essere influenzati. Con questo tipo di analisi possiamo comprendere meglio alcuni punti ciechi ed eliminare i rischi nella riconfigurazione dei reparti della nostra azienda.

Di che cosa parlerai al prossimo Social Business Forum dell’8 Giugno a Milano?

Assumerò una posizione controversa che metterà in evidenza l’errata concezione che la maggior parte delle organizzazioni possiede quando si parla di Social Learning (come specificato prima vedo le componenti sociali come una sotto-componente della ricerca di senso in contesti complessi, che rappresentano la nostra disposizione evoluzionistica e genetica all’interazione con l’informazione). Partendo da questo presupposto proverò a definire meglio il ruolo che i sistemi di analisi possono giocare nel miglioramento dei processi di apprendimento e nello sviluppo della conoscenza in contesti organizzativi.

Infine vi lascio con una sua vecchia riflessione (ma sempre attuale) sulla concezione Connettivista: the Network is the Learning

English Version

Here’s the original version of the interview made with George Siemens.

George Siemens, is an Associate Director with the Learning Technologies Centre at University of Manitoba and author of Knowing Knowledge, an exploration of how the context and characteristics of knowledge have changed, and what it means to organizations today. George is also Founder and President of Complexive Systems Inc., a learning lab focused on assisting organizations develop integrated learning structures to meet the needs of global strategy execution.

Geroge Siemens will be at the Social Business Forum 2011 – http://www.socialbusinessforum.it/

What do you think about this new “Social Learning” trend? Is it similar to what you have defined – some years ago – as Connectivism? Or do you think these are two different themes? How can we reconcile, or overlay, the two areas ?

Social learning isn’t a new trend. Guild and apprentice models of learning have long relied on social learning. Going back even further, early philosophers relied almost exclusively on social learning, as the lineage of Socrates, Plato, and Aristotle affirms. What is new today is the scale at which we can be involved in social learning. The web reduces many of the barriers learners faced in the past – such as time and geography. With the development of social networks and communication tools such as Skype, Google Talk, and mobile devices, the scale at which we can be social has increased dramatically. In this regard, the “social learning” trend is really more of a return to more natural ways of learning and interacting with others.

 

In terms of connectivism and social learning – I view social learning activities as part of connectivism. Both concepts address how knowledge is distributed and emphasize that complex problems can  best be addressed through relying on connected specialization. Where connectivism differs is in its emphasis on non-social information sources. For example, new ideas are often “assemblies” of ideas that span centuries. William Rosen details the heritage of new ideas and inventions the steam engine and industry in general in his book The Most Powerful Idea in the World. How people connect ideas is not always social. And how organizations create their managerial structure determines how information will flow through the company. Connectivism is concerned with how these broad information, technical, and social structures contribute to individual and organizational capacity for innovation, invention, and adaptation.
Speaking again of Social Learning I believe that could be roughly defined as an emerging phenomenon that originates from  knowledge networks
and value streams whether formal or informal. What do you think? What is your definition of Social Learning?
I have a fairly unconventional view of social learning. Most pundits and consultants emphasize the social dimension and how new technologies – Facebook, Twitter, blogs – contribute to helping people be “social”. They treat the social aspect as the most critical aspect of the learning process. I don’t. I believe that humans are first and foremost information-driven beings. We process information constantly. From infant stage onward, we seek to make sense of the world by taking in, evaluating, and connecting the information that we encounter. This is an evolutionary trait – we are information-based beings. We develop in relation to the information around us. Back in hunter-gatherer era of human history, incoming information could be in the form of which plants to eat, which animals were dangerous, and so on. Those who were capable of making sense of the information in their context survived.

 

My argument is that humanity’s dominant trait is information acquisition, processing, and creation. We employ social aspects to the extend that it enables us to manage information. Too many people advocating for social learning see the social dimension as the end. I view our sensemaking and wayfinding attributes as primary and that we employ social mechanisms to assist in our evolution and survival. Which leads me to my definition of social learning: The reliance on social networks and interactions to assist us in making sense of the information in our context.
Talking about the future of learning (and also about organizational learning) what do you think will be the “next big thing”?
I have little doubt that the next big thing in learning – schools, universities, and organizations – will be based on learning and knowledge analytics. We produce data trails in almost everything we do – a process amplified by the prevalence of mobile devices. Our ideas, our locations, what we’ve read, and who we interacted with are captured on Facebook, Foursquare, Twitter, and our blogs. Most companies fly blindly in terms of organizational knowledge and learning. Recognizing the incredible value of the data trails that employees produce is the first step toward an analytics-based  approach to organizational goal achievement and capacity building. By analyzing data trails, organizations can understand how information flows through the network, how people collaborate, which people would best work together based on previous activities in organizational teams, and how to cost effectively address complex problems (such as entering a new market, acquiring a new company, or rolling out a new product). Analytics helps organizations to understand themselves.
How do you think could be evaluated this new model of learning we are talking about? It is clear that is not possible to simple apply old methodologies to new paradigms. Instead – I believe – we must completely reconfigure and redesign our assessment framework. Many studies are underlining the value of Social Network Analysis (SNA) to assess training processes and to better unrestrained the whole organization, trying to define new metrics and a way to measure the ROI. What is your experience in this field? And what do you think about this approach?
I agree with your statement of a need to reconfigure and redesign assessment frameworks. In early 2000, I lead a social network analysis project of a department at a major US university. We evaluated over 100 members in the department and tried to evaluate how people connected with each other, where they went for information help, and how they used social networks for solving problems. Understanding the networked-backbone of the department was an important first step in making organizational changes.

 

Similarly, organizations today need to consider advanced analytics models as the basis for reconfiguring their company. The knowledge that exists in most companies is not well connected. Often people are working on similar problems without awareness of the work of others. To address quality of learning and knowledge growth, we need to do a better job of knowing what we know and who in the company knows what. Analytics play an important role in mapping organizational knowledge. In a sense, analytics provide us with a blueprint for reconfiguring a company. In the past, leaders made decisions with large blind spots in their vision. For example, merging two departments was done because it made sense financially. Little attention was paid to how knowledge, learning, and capacity building would be impacted by the merger, which could produce unintended drops in productivity, and loss of key staff. With analytics, we can eliminate some of the decision blind spots involved in reconfiguring departments.
Your speech here in Milan is planned for the next 8th of June: which themes you will address?
I will take the controversial stance that most organizations misunderstand the purpose of social learning (as detailed earlier, I view the social aspects of learning as being a sub-component of sensemaking and wayfinding in complex settings – i.e. our genetic and evolutionary disposition for interacting with information). After making this argument, I will detail the role that analytics can play in improving learning and knowledge development in organizational settings.

Che i Social Media abbiano rivoluzionato il nostro modo di comunicare è ormai innegabile, ma resta da domandarsi quale ruolo potrebbero avere negli ambiti educativi e formativi, soprattutto all’interno di scuole e accademie dove le novità sono spesso guardate in modo non sempre positivo.
Sono ormai 4/5 anni che mi occupo di analizzare l’impatto che le tecnologie digitali – e nello specifico – il ruolo che Social Media possono avere nel migliorare i processi di apprendimento e – in generale – la gestione della conoscenza, aiutando ad evolversi verso un modello maggiormente fluido, semplice, snello e adattivo. Un modello, cioè, in grado di rispondere alle sollecitazione dell’esterno e dare il via a una spirale di crescita e di auto-miglioramento costante.

Per meglio comprendere il contesto all’interno del quale ci si muove voglio condividere un’immagine tratta dall’ottimo sito UpsideLearning (http://www.upsidelearning.com/blog/)

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Il grafico mostra gli elementi che costituiscono un framework di Social Learning: il focus sulle tecnologie è centrale ma non è l’unica cosa da tenere in considerazione. Come visto più volte all’interno di questo spazio di discussione le tecnologie vanno considerate più che altro come il contesto abilitante e non come il punto di vista da cui partire per la progettazione di ambienti di apprendimento.
E’ vero piuttosto il contrario: la cosiddetta software selection deve essere fatta dopo aver ben chiarificato quali obiettivi si intende raggiungere.
In questo senso non si deve pensare solamente a soluzioni free e open destinate ad uso più sperimentale che di seria gestione della conoscenza: Jive SBS (http://www.jivesoftware.com/) e Telligent (http://telligent.com/) – per citare due esempi – sono la traslazione di questi concetti a livello aziendale e rappresentano due piattaforme di massimo livello impiegate da grandi e grandissime aziende per migliorare i loro processi di business.

La dimensione tecnologica è quindi, sì importante ma non l’unica questione che entra in gioco.
Nel 2010 presentai alla SIREM (Società Italiana di Ricerca sull’Educazione Mediale – http://www.educazionemediale.it) i riusltati di una ricerca su come utilizzare i Social Network all’interno della formazione. Ecco lo speech:

http://www.slideshare.net/stefanobesana/social-network-e-apprendimento-conveg…

Da allora il contesto si è parecchio evoluto e le applicazioni in questo senso si sono moltiplicate. In questa sede vorrei citare tre esempi di tecnologie e di approcci che considero di ottimo livello.

Social Media Classroom
http://socialmediaclassroom.com/index.php/using-the-smc

Come si legge sul sito:

The greatest value that the SMC can add to a learning community is its ability to support a movement away from education as delivery of knowledge toward education as critical, collaborative inquiry—a student-centric pedagogy that engages students in actively constructing knowledge together, rather than passively absorbing it from texts, lectures, and discussions. The social media collaboratory and classroom began when Howard Rheingold started teaching courses on virtual community and social media, digital journalism, and participatory media/collective action. This subject matter calls for hands-on use online communication media to augment texts, lectures, and classroom discussion. It is easier to understand and to feel engaged with theory about community, identity, collective action, public sphere, social capital, and other issues that arise from the use of Internet-mediated communication when the entire class uses the media they are studying

Un progetto interessante che parte dalle intuizioni del guru Rheingold per poi muoversi su assunti interessanti e verso un investimento open e partecipativo. Credo sia un progetto interessante che avrà modo di crescere nei prossimi anni e che paga ancora qualche piccolo “peccato di gioventù”.

Udutu & UdutuTeach on Facebook
http://www.udutu.com/

Una piattaforma molto interessante che possiede anche un’ottima integrazione con Facebook: come illustrato in questo video (dalla qualità non proprio elevatissima ma comunque chiaro per capire di cosa si stia parlando).

Schoology
https://www.schoology.com/

Forse la soluzione migliore o – mettiamola così – quella che mi è piaciuta di più. Sembra essere la più matura in grado di garantire le migliori funzioni con una elevata possibilità di personalizzazione. Ecco il video demo che ne illustra le possibilità: a metà strada tra un SNS e un LMS.

Cercando di giungere a una conclusione di quanto visto: credo che i Social Media e – in generale – le Social Technologies possano dare alla formazione, all’educazione e ai processi di apprendimento formali e informali (in generale) un boost eccellente in termini di attrattiva, efficienza ed efficacia. Tuttavia il tutto deve essere inserito in un framework molto più consapevole e la progettazione deve tenere conto di elementi importanti che permettano di realizzare un transfer degli apprendimenti efficace e duraturo nel tempo.
Tuttavia come sostengono Rivoltella e Cattaneo nel loro ultimo volume (Tecnologia, Formazione e Professionihttp://www.deastore.com/libro/tecnologie-formazione-professioni-idee-e-a-catt… è necessario che:

Quest’area di competenza dev’essere costruita sperimentando ed elaborando artefatti e scenari che considerino dunque le peculiarità del contesto digitale. Solo operando in questo modo il formatore ha l’opportunità di andare oltre la semplice integrazione delle nuove possibilità nei quadri operativi del passato. (Cattaneo & Rivoltella, 2010: p. 33).

Uno dei motivi per cui è nato questo spazio di discussione (e non servono grosse illuminazioni per comprenderlo) è quello di fornire – o perlomeno tentare di farlo – delle linee guida per comprendere il cambiamento di paradigmi che stiamo vivendo in questo periodo caratterizzato, tra le altre cose, da grandi rivoluzioni tecnologiche. Queste rivoluzioni hanno innegabilmente un influsso sui processi di apprendimento e sul modo in cui organizziamo la nostra conoscenza. E’ da qualche mese che per definire questi cambiamenti si comincia a utilizzare il termine Social Learning.

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Ma che cosa significa il termine Social Learning? Di sicuro definirlo non è cosa semplice, considerando che si tratta di un costrutto nuovo e di una metafora nuova nel mondo dell’apprendimento e della formazione. Quello che è certo è che – perlomeno per come lo intendo io – NON è la semplice applicazione dei media sociali all’interno di contesti educativi e formativi. Penso che prima di tutto sia un cambiamento culturale e un nuovo modo di fare e di imparare che – tra le altre cose – passa anche (ma non solo, attenzione!) per i media sociali. A tal proposito cito alcune definizioni che possono essere utili a far capire meglio il concetto per come è inteso. Il primo è George Siemens dell’Università di Manitoba che a proposito della gestione della conoscenza e dei processi di apprendimento scriveva già tempo fa:

To know today means to be connected. Knowledge moves too fast for learning to be only a product.We used to acquire knowledge by bringing it close to ourselves.We were said to possess it – to have it exist in our heads.We can no longer seek to possess all needed knowledge personally.We must store it in our friends or within technology.

Anche un post recente di Tiffany Fary (http://socialmediatoday.com/janetclarey/272493/social-learning-vs-communities… lo definisce come:

Social Learning – Learning by observing, conversing, or questioning. This can take place in an informal or formal setting and sometimes may even occur without the learner realizing that learning is taking place or without making a conscious decision to learn. It’s organic and usually unorganized. Social Learning is more focused on the needs of the individual. In social learning, a participant might ask “What do *I* need to know and who knows how to answer this quickly?” Knowledge is primarily consumed or pulled from experts.

Anche il blog di Harold Jarche (http://www.jarche.com/2010/11/learning-socially/) raccoglie interessanti citazioni e approfondimenti sul Social Learning e sul cambiamento dei paradigmi formativi. Tra quelle che mi sono piaciute di più ne riporto due:

In a fundamental way, all work is about learning: it is about learning to fit in and to collaborate, about learning to take initiative when appropriate, it is about really understanding customers, about acquiring intimate knowledge of the products and services the company sells and how they can fit into customers’ lives. Acknowledged as such or not, learning has to be an integral part of work. But, somehow, integrated [work+learning] activities have become split into the separate spheres of [work] and  [training] which have come to be dominated by quite different interests. This weekend, I was struck by a logic stick.  If all learning is social, is all social learning?  We know this is not automatically so, learned that in the intro to Logic, Sets and Numbers (an actual college course I took in the 70’s).  But when we engage in a social setting, online or offline, are we ever not learning?  Let’s add in a third statement: we are constantly learning.  Even while asleep, some research indicates, the brain assembles and makes sense of what it experienced that day.  There isn’t a time when our brains aren’t rewiring themselves based on input from our environment.

Sempre Jarche nel suo blog analizza il passaggio dell’industria dalla semplicità alla complessità e propone alcuni livelli interpretativi a seconda del contesto a cui si fa riferimento:   

Simplicity Complication Complexity
Organizational Theory Knowledge-Based View Learning Organization Value Networks
Attractors Stakeholders (vision) Shareholders (wealth) Clients (service)
Growth Model Internal Mergers & Acquisitions Ecosystem
Knowledge Acquisition Formal Training Performance Support Social
Knowledge Capitalization Best Practices Good Practices Emergent Practices

Posti questi livelli di interpretazione come è possibile implementare il Social Learning – o un modello del genere – all’interno di un’organizzazione moderna. Sempre il medesimo post fornisce alcune indicazioni a riguardo circa alcuni cardini fondamentali:

  • Ascolto e creazione: essere aperti all’autonomia e all’apprendimento auto-diretto è la base per la maturazione della conoscenza individuale. La ricerca di senso passa attraverso i cosiddetti PLE (Personal Learning Environments) e PKM (Personal Knowledge Management). Il primo step del Social Learning sarà quindi proprio quello di partire dall’ascolto (proprio come una buona strategia di Social Media Marketing): nel tentativo di raccogliere le fonti autorevoli, le persone giuste e ascoltare, capire ciò che stanno facendo.
  • Conversazione: condividere è un atto di grande importanza per un paradigma di apprendimento sociale. Attraverso conversazioni di valore sostenute con persone di fiducia possiamo condividere la conoscenza e permettere all’organizzazione – a noi stessi – una crescita maggiore. L’engagement come secondo passo fondamentale (anche in questo caso ritorna il parallelismo con il SMM)
  • Co-Creazione: nessun uomo è un’isola: un team in casi come questi ragiona spesso molto meglio di un singolo individuo. (a proposito di questo abbiamo già visto il ruolo della collaborazione all’interno dei processi innovativi)
  • Formalizzaz ione e condivisione: tracciare e documentare i processi di apprendimento e di creazione che sono avvenuti è sempre una buona pratica. Lasciare una traccia di quello che si è imparato e verbalizzare ciò su cui si sta riflettendo è sempre un’ottima pratica per fissare al meglio ciò che stiamo cercando di imparare o ciò su cui stiamo riflettendo

Riporto anche un paio di citazioni dal post che mi sembrano interessanti:

Mike McDermott (T Rowe Price): “I think the impact of social learning will dramatically increase in the future, in a number of ways, both internally with our associates and externally with our clients.” Karie Willyerd (Sun Microsystems): “we see the death of newspapers … the same thing is going to happen with learning functions and training materials … if we don’t learn how to publish with social media … through social learning.” Walt McFarland (Booz Allen Hamilton): “The environment is going to demand it [social learning]. The problems are just tougher and they’re too big for any one consultant or any consulting team” Rebecca Ferguson (Open University): “Social Learning happens when people: clarify their intention – learning rather than browsing; ground their learning – by defining their question or problem; engage in focused conversations – increasing their understanding of the available resources.

Social_learning_factors

Personalmente sono convinto che il Social Learning sia la somma di differenti elementi che entrano in gioco contemporaneamente. Come mostrato in figura – e come abbiamo esplicitato parlando di Connected Knowledge – questi elementi sono: la tecnologia, le persone con i loro rapporti formali e informali e il contesto nel quale ci si muove (sia a livello micro sia a livello macro, società e organizzazioni). Provando a dare una definizione chiara e sintetica credo che possa essere definito come un fenomeno emergente che origina a partire dalle reti di conoscenza (knowledge networks) e dai flussi di valore siano essi formali o informali. Chiudo con un video molto carino dedicato al tema.