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Chi mi segue dall’inizio sa quanto tempo e quante energie -. su questo e su altri canali – io abbia dedicato alla diffusione di informazioni e alla formazione relativa ai concetti legati al web 2.0 e ai social media. Ho sempre cercato di fornire consigli imparziali e di far comprendere come i social media fossero una grande opportunità di business ma al tempo stesso da non considerarsi come un canale esclusivo sul quale investire o sul quale orientare tutto il proprio business.

Da sempre ho considerato i social media come catalizzatori delle informazioni e dei contenuti presenti in rete: c’è un contenuto buono? Lo amplificano. C’è dell’odio? Del razzismo? Dell’ignoranza? Fanno altrettanto.

Ultimamente mi è però capitato di assistere a veri e propri fenomeni di odio e di ignoranza senza paragoni. A un crollo verticale delle informazioni di qualità (LinkedIn ormai è sempre più simile a Facebook per non dire di peggio) è corrisposto un aumento vertiginoso di contenuti falsi, diffamatori e di una banalità imbarazzante.

Ma da cosa dipende questo fenomeno?
Non è qualcosa di nuovo sicuramente (già qualche anno fa con le dichiarazioni di Umberto Eco  sul fatto che Internet ci rendesse degli imbecilli era stato sollevato un polverone in merito – si veda qui http://www.lastampa.it/2015/06/19/cultura/la-colpa-del-web-non-rende-stupidi-ma-pi-aggressivi-cIhLGHCExQfLQu961r1jnN/premium.html). Bisogna però sottolineare che la portata del fenomeno è andata amplificandosi di molto (per averne un’idea è sufficiente dare uno sguardo – anche veloce – alle pagine Facebook “Adotta anche tu un analfabeta funzionale” e “Enrico Mentana blasta Laggente”, solo per avere un paio di esempi). E’ un caso? Dipende dall’aumento delle persone connesse alla rete? Sicuramente questi due elementi concorrono a formare questo trend, ma credo ci sia dell’altro.

In realtà il punto della questione non è solo che siamo diventati più ignoranti online, ma siamo diventati anche più cattivi e maggiormente inclini a creare un clima di odio e aggressività (tra i vari esempi che si potrebbero citare in questo caso si veda: http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/01/27/news/firenze_insulti_e_false_recensioni_su_fb_contro_un_ristorante_l_ultima_moda_e_rovinare_la_reputazione_-157013350/?ref=search). Sono noti negli ultimi giorni i gruppi su Facebook dedicati allo “stupro virtuale” o altre bassezze che trovano nei social media il loro pilastro centrale.

In tal senso vorrei segnare un paio di contributi che ritengo siano particolarmente interessanti. Il primo riguarda una ricerca condotta dall’Istituto Toniolo secondo il quale i giovani di oggi siano maggiormente inclini a condividere bufale e messaggi falsi. Come si legge nella ricerca:

Se, come detto, il 28,5 per cento ha condiviso informazioni poi risultate false, il 75,4 riferisce che, dopo un’esperienza personale o la diffusione di una bufala da parte di un amico, ha aumentato la sensibilità sul tema e l’attenzione ai contenuti “sospetti”. In particolare, il 55,6 per cento ha smesso di condividere contenuti da contatti a rischio e il 41,7 per cento ha rimosso dalla propria rete chi diffondeva notizie false. Ma resta un 11,2 per cento che tende a condividere “sempre e comunque, tanto è impossibile appurare l’attendibilità di quello che circola in rete”.

Il che penso sia di per sé abbastanza grave considerando gli elementi in gioco. In sostanza ci informiamo di meno e ci interessa meno comprendere le ragioni effettive di quello che succede attorno a noi.

Il dato che però mi ha sconvolto maggiormente è quello legato alla violenza e all’aggressività in rete che è ben riportato in questo articolo (per approfondire: http://m.repubblica.it/mobile/d/sezioni/attualita/2017/01/27/news/odio_in_rete_social_network_commenti_rigopiano_invidia_social_network-3398980/)

Il mio corpo reale, la mia gestualità, il mio sguardo, la mia mimica facciale sono del tutto invisibili all’altro, così come io non avrò nessuna percezione della sua corporeità. Dunque, qualunque reazione io abbia, l’altro non la vedrà. Esplicitare in faccia a una persona il proprio odio e disappunto è molto diverso che farlo su Facebook o tramite SMS (il concetto è lo stesso). Quando esprimo disprezzo nei confronti di qualcuno che ho davvero di fronte, avvertirò il suo disagio, la sua disapprovazione e in me si attiverà una sorta di controllo implicito. La ragione è molto semplice, è legata a come siamo fatti. Dipende dai neuroni specchio, cellule nervose che risuonano nel nostro cervello proprio come se a compiere quel gesto, ad avere quella reazione, fossimo noi in prima persona. E ciò determina una diversa modulazione delle emozioni. Niente di tutto ciò avviene, invece, ovviamente in Rete. Il corpo non c’è e, in alcuni casi, non si compare neppure con nome e cognome, perché ci si nasconde dietro pseudonimi o caricature. Ci si sente così ancora più protetti e al riparo da qualunque possibile ripercussione. Quindi ci si concede tutto, senza limiti e non si avvertono gli effetti devastanti dell’odio. Anzi, paradossalmente, più è forte e radicale il nostro astio, minore sarà l’impatto emotivo che avvertiamo. È come se fossimo preda di una specie di escalation che ci permette di dire qualunque cosa e alla fine niente ci turba più. Inoltre, esiste anche l’effetto contagio: più il gruppo inizia a spararla grossa, più si segue il gregge. Lo stato emotivo generale è contagioso in genere, anche nella vita reale, ma in rete tutto questo è amplificato. Inoltre, più il sentimento è omologato, ossia più persone provano la stessa emozione, meno si risulterà visibili nelle proprie manifestazioni. Così, mimetizzandosi nella massa, scompare del tutto anche il proprio senso di responsabilità.

Come possiamo quindi difenderci da tutto questo?

  • Aumentiamo la nostra consapevolezza, quando condividiamo o quando leggiamo qualcosa domandiamoci sempre quanto questa notizia possa essere vera. Risaliamo all’origine e cerchiamo di capire cosa è davvero successo
  • Ricordiamoci che il numero di fan, follower o like che si riescono ad accumulare in rete sono solo una delle metriche che si devono guardare. Questo vale nel personale come nel mondo delle organizzazioni. Troppo spesso siamo ancora vincolati a una logica numerica che è svincolata dal business e dalla qualità di quello che si fa
  • La qualità PAGA sempre, e se non altro evita che perdiate la vostra reputazione in rete o la vostra credibilità quando parlate con qualcuno. Fatevi questa domanda: assumereste qualcuno che condivide notizie false o scrive commenti d’odio su Facebook? Oggi più che mai essere attenti alla propria identità online è fondamentale
  • Se è vero – come è vero – che in rete non esiste la corporeità (come espresso molto bene nella citazione sopra dal professor Giuseppe Riva dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) è vero anche che tutto rimane tracciato e tracciabile e che dobbiamo stare molto attenti a quello che scriviamo oggi anche in una prospettiva futura
  • Rimanere costantemente aggiornati e sviluppare una mentalità aperta e di continuo apprendimento è fondamentale per chi si muove oggi in rete. Troppo spesso ci scontriamo con persone che non hanno nessuna voglia di imparare e non hanno nessuna voglia di porsi delle domande. Non è un caso che l’Economist qualche giorno fa abbia dedicato uno speciale proprio al Long Life Learning (http://www.economist.com/printedition/2017-01-14)
  • Costruire un network di persone affidabili intorno a sé potrebbe essere un buon punto di inizio in modo da essere sempre sicuri di avere informazioni interessanti condivise da persone affidabili. Nell’era dell’information overload, sapere gestire la propria “dieta mediale” è fondamentale