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Nel precedente articolo è stato approfondito il concetto di esperienza ottimale e come questa possa migliorare la vita personale e professionale rendendo le persone più felici, attive e motivate nell’intraprendere compiti anche molto complessi. Ma cosa succede quando ci si relaziona con più persone? Quando si è inseriti in un gruppo? Come sappiamo nessun uomo è un’isola e – come visto in precedenti articoli – anche il mito del genio solitario comincia a essere inadatto a spiegare la complessità degli universi all’interno dei quali ci muoviamo. E’ per questo motivo che alcuni studiosi e ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano hanno dato vita a un nuovo paradigma in grado di spiegare come origina la creatività di rete: il Networked Flow.

Comincio subito con informarvi che il volume in cui si spiegano in modo dettagliato queste teorie è disponibile qui: http://www.ledonline.it/ledonline/index.html?/ledonline/Networked-Flow-Riva.html.
Chi volesse approfondire può comprarlo o scaricare gratuitamente l’e-book dal sito di LED Edizioni.
La teoria alla base del Networked Flow – come abbiamo più volte sottolineato – è che i processi creativi e di innovazione si sviluppano molto spesso a partire dalla rete ancor prima che dall’intervento di un singolo individuo geniale.
Alla base del concetto di Flow ci sono due concetti altrettanto fondamentali:

  • la presenza intesa come la sensazione di «essere» all’interno di un ambiente reale o virtuale, «risultato della capacita?? di mettere in atto intuitivamente nell’ambiente le proprie intenzioni»; 
  • la presenza sociale cioè la sensazione di «essere con altri Se??» all’interno di un ambiente reale o virtuale, «risultato della capacita?? di riconoscere intuitivamente nell’ambiente le intenzioni degli Altri».
    Questi concetti sono il risultato della riflessione piu?? recente di due settori emergenti delle scienze cognitive: il movimento della «cognizione situata» (situated cognition) e quello della «cognizione incarnata» (embodied cognition).

Ma che cos’è, dunque, il Networked Flow?

è un processo di rete che permette agli individui di raggiungere vette creative che non sarebbero stati in grado di raggiungere da soli e in cui il risultato finale non può essere ricavato semplicemente dalla somma dell’apporto dei singoli. La realizzazione di questa esperienza richiede l’instaurarsi di una “ group mind”, di uno stato di fiducia, condivisione ed empatia in cui le azioni dell’individuo e del gruppo si armonizzano in artefatti cognitivi (idee, teorie, oggetti, metodi, tecnologie, prodotti artistici).

Come processo presenta alcune fasi specifiche che ne delineano le caratteristiche principali.

  • Incontro: avviene un primo e mutuo riconoscimento tra persone con determinate caratteristiche in comune.
  • Riduzione delle distanze: il mutuo riconoscimento getta le basi per la seconda fase, nella quale i soggetti che si percepiscono simili (elevata presenza sociale) e tendono a ridurre le distanze tra loro e formare un sottogruppo, rimanendo comunque nel contesto del frame preesistente.
  • Liminalità: azione parallela, i soggetti orientano sé stessi e il sottogruppo appena formato in una direzione ben precisa che può portare il gruppo di persone a incrociare i limiti del frame originario. In questo caso, il soggetto – o sottogruppo leader – percepisce un’intenzionalità comune nel gruppo (weintention) e avvia un processo di ridefinizione del frame preesistente che – di fatto – crea un nuovo contesto ex-novo. In questa fase il gruppo può dare il via a una nuova fase – che è quella di Networked Flow vero e proprio – oppure decadere reintegrandosi nel gruppo principale.
  • Networked Flow – Condivisione: il gruppo condivide pienamente il nuovo contesto e sperimenta uno stato diffuso di esperienza ottimale che gli permette di operare in modo creativo.
  • Networked Flow – Creazione: creazione dell’artefatto. Il gruppo in NF esplicita il proprio potere creativo generando un artefatto (oggetto, pensiero, prassi, idea…) che incarna una nuova intenzione (meme) rispetto a quanto contenuto nel frame preesistente.
  • Networked Flow – Ricezione: applicazione dell’artefatto alla realtà sociale. L’artefatto creato dal gruppo in NF viene applicato alla realtà sociale del frame preesistente, attraverso due possibili modalità: impostazione “dall’alto” (nel caso in cui il gruppo in NF sia anche un gruppo di potere) o “dal basso” vale a dire una sorta di assorbimento da parte della rete sociale o di qualche individuo. I possibili risultati saranno due: l’artefatto sarà in grado di modificare il frame preesistente e la rete sociale di riferimento, o – viceversa – l’artefatto non è in grado di modificare la rete sociale e quindi decade.
    In questa fase un ruolo importante è giocato dalla capacità del gruppo di “narrare” in maniera efficace la storia e gli obiettivi dell’artefatto.
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A mio modo di vedere si tratta di una visione molto interessante che merita di essere presa in seria considerazione. I processi di Networked Flow possono essere – come per il Flow – favoriti, incoraggiati e stimolati al fine di creare contesti sempre più ricchi che siano in grado di valorizzare innovazione e libera espressione. Vantaggi di un approccio di questo tipo sono evidenti non solo presso gruppi creativi ma anche da parte di tutti coloro che si trovano coinvolti in un’attività specifica che richiede la generazione di idee o la soluzione di problemi.

Una delle teorie psicologiche che ritengo più interessanti nella storia del pensiero moderno è la Flow Theory, nata in anni di ricerche di Mihaly Csíkszentmihályi dedicate alle comprensione di cosa renda davvero la vita degna di essere vissuta e al come fare per ottenere esperienze davvero significative che rendano felici le persone.
Ma che cosa è esattamente lo stato di “flusso”? Come sottolinea anche Ingilleri (1996):

Tre sono gli elementi fondamentali delle situazioni di flusso di coscienza: un grande investimento di attenzione sulla situazione in atto; una sensazione di benessere e di soddisfazione personale; la presenza di un impegno a cui corrispondono capacità personali adeguate.

Possiamo brevemente riassumere il flow come un processo in cui l’individuo sperimenta un diffuso senso di auto-efficacia e di soddisfazione che derivano dall’essere coinvolto in un compito che rappresenta un bilanciamento ideale e assoluto tra le proprie competenze e la difficoltà imposta dall’ambiente esterno. Dando un’occhiata all’immagine riportata e provando a fare qualche esempio possiamo mettere in evidenza come all’opposto dello stato di Flow vi sia l’apatia, rappresentata da attività che impegnano poco la persona dal punto di vista delle sue risorse personali. Un tipico esempio di attività collocabile all’interno di quest’area è il semplice guardare la TV. Viceversa attività troppo impegnative rispetto alle competenze della persona possono portare a situazioni in cui si sperimenta un forse senso di ansia, preoccupazione e difficoltà di riuscita.

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Csíkszentmihályi individua poi nove dimensioni fondamentali che si sperimentano durante lo stato di Flow:

  • equilibrio dinamico tra sfida e capacità
  • integrazione tra azione e riflessione, azione e consapevolezza
  • obiettivi chiari
  • concentrazione totale sul compito
  • paradosso del controllo
  • feed-back inequivocabili
  • perdita della coscienza di sé (no-ego)
  • perdita del senso del tempo
  • esperienza autotelica

L’ultima dimensione risulta abbastanza importante perchè fa riflettere su come il Flow non abbia come limite ultimo un qualcosa da raggiungere ma sia il semplice fluire dell’esperienza che ha senso in se stessa e si auto-mantiene.
In un video del TED di qualche anno fa lo studioso ungherese spiega molto bene in che modo il vivere esperienze di Flow sia in grado di migliorare la vita delle persone:  

E nelle altre culture?
Una delle cose che amo maggiormente della cultura orientale è la sua capacità di trasmettere concetti di complessità come quelli che abbiamo visto attraverso concetti molto semplici, molto spesso poetici e altisonanti. Credo, inoltre, sia estremamente interessante sottolineare come due modalità di pensiero cosi’ differenti tra loro arrivino alle medesime conclusioni, come dice un vecchio adagio: «prendi la comprensione dell’oriente e la scienza dell’occidente, e poi cerca».

Muga-mushin (????????????) is a compound term of muga and mushin. Muga literally means no-self (derived from the Sanskrit an??tman) and Mushin no-mind  (also from the Sanskrit a-citta). What is negated is the empirical body-mind as an ontologicalexistence. Muga and mushin point to the same thing, the state of egolessness, but from different perspectives. Muga refers to the negation of the physical state, mushin to the mental state of empirical

To understand better mushin one needs to understand acitta, or simply its Sanskrit-root citta. Citta is not easily rendered into English. As is the case with so many other Sanskrit terms, there does not seem to be a precise equivalent for it in English. Previous translations have proposed a variety of renderings, such as ‘mind-stuff’, ‘thinking-principle’, and similar compound words. In many instances, citta seems to convey consciousness, mind, intellect or psychic mass that orders and illuminates sensations coming from without—can serve as a mirror for objects, without the senses interposing between it and its object. Thus the non-initiate is incapable of gaining freedom, because his mind, instead of being stable (still, non-fluctuating) is constantly violated by the activity of the senses, by the subconscious, and by the ‘thrust for life’.

The concept of Mushin/Acitta has been traveling throughout the ages undergoing series of contextual simplifications by different philosophical and empirical systems evolving from one to another. It has arrived to the present days still embellished in the colors of mystery. Disregarding the cascade of reductionistic efforts that were meant to make the Mushin/Acitta concept more accessible to the non-initiate, the attainment of Mushin/Acitta inescapably goes through the harsh path of self-perpetuated long practice and interiorization.

Per buona parte della storia del pensiero dell’uomo si è ritenuto che il genio creativo fosse un fenomeno estemporaneo frutto di non si sa quali percorsi di vita e – a volte – di misteriose circostanze a metà strada tra leggenda e fantasia. Se pensiamo all’idea di genio che è diffusa nella nostra società, la prima metafora che ci viene in mente è quella del saggio sulla cima della torre che dedica la sua intera vita alla ricerca di un’ispirazione. Per fare due esempi: Newton scoprì – secondo l’immaginario collettivo – la teoria della gravitazione universale per caso, come vuole la leggenda colpito da una mela che cadeva dall’albero sotto cui riposava; lo stesso fu per Archimede che arrivò alla teorizzazione del galleggiamento dei corpi immerso nella sua vasca da bagno al celebre grido di Eureka!

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La realtà sembra essere però assai differente.
La creatività e la genialità, secondo le ricerche più recenti, sarebbero infatti fenomeni che originano a partire da una rete e non dall’intuizione di un singolo.

 

Keith Sawyer nel suo Group Genius (http://ascc.artsci.wustl.edu/~ksawyer/groupgenius/) scrive:

We’re drawn to the image of the lone genius whose mystical moment of insight changes the world. But the lone genius is a myth; instead, it’s group genius that generates breakthrough innovation. When we collaborate, creativity unfolds across people; the sparks fly faster, and the whole is greater than the sum of its parts.

 Ma non è il solo: Mihaly Csikszentmihalyi, lo studioso ungherese che ha teorizzato il Flow – lo stato di flusso – sostiene:

an idea or product that deserves the label ‘creative’ arises from the synergy of many sources and not only from the mind of a single person

Sembrerebbe, dunque, che la creatività sia un processo emergente più che un qualcosa di organizzato o eterodiretto o qualcosa legato all’illuminazione di un attimo.
Un frase molto bella afferma che il genio è all’1% ispirazione e al 99% traspirazione proprio a sottolineare il grosso lavoro che è necessario compiere per arrivare a un risultato creativo o innovativo soddisfacente e veramente “geniale”.
Continuando su questa linea che vede la creatività e l’innovazione come processi creati da una rete collaborativa più che da un individuo singolo possiamo trarre anche alcune indicazioni – fornite sempre da Sawyer – per la creazione di gruppi creativi che siano in grado di produrre vera innovazione.
Ecco quelle che vengono considerate come le sette caratteristiche fondamentali dei team creativi:

  • BIT BY BIT = i team efficaci non si formano casualmente e non sono frutto dell’illuminazione di qualcuno. Roma non fu costruita in un giorno. Un team efficace ha bisogno di sentirsi un gruppo con alle spalle una storia consolidata e in grado di permettere una collaborazione completa tra i differenti membri.
  • ASCOLTO ATTIVO / ASCOLTO PROFONDO = come i componenti di un’orchestra è necessario ascoltare l’altro: comprendere le sue esigenze, capire fino dove arrivano i suoi spazi di movimento e dove – invece – cominciano i miei.
  • OGNI IDEA ESTENDE LA PRECEDENTE = non porre limiti o vincoli alla creatività è un aspetto fondamentale.
  • IL SIGNIFICATO NON E’ IMPORTANTE = sospendere il giudizio e accettare prima di criticare, il significato di un’idea o i problemi che essa potrà incontrare sono step successivi che interessano in un secondo momento e che non devono essere un freno al processo creativo attivo.
  • PROBLEM FINDING = i problemi vanno posti ancor prima di essere risolti. Porsi in condizione di difficoltà, ricercare costantemente e tendere al miglioramento continuo (kaizen – ??????) è un aspetto chiave.
  • PARLARE PRIMA DI PENSARE
  • AUTO-ORGANIZZAZIONE = come già sottolineato i gruppi non possiedono un coordinamento centrale, non hanno una etero direzione che li guida verso un compito ma si auto-coordinano e auto-organizzano determinando se stessi.

E le organizzazioni? Allo stesso modo per poter implementare una vera ed efficace innovazione all’interno dell’impresa è possibile impiegare tecnologie specifiche (come ad esempio la piattaforma di idea management Spigit – http://www.spigit.com/) che aiutino a valorizzare il potere creativo della collaborazione.
Per concludere in modo un po’ poetico mi piace citare una frase di Steve Jobs che rimarca, comunque, il più importate fattore in tema di innovazione…

Q: How do you manage for innovation?
A: We hire people who want to make the best things in the world. You’d be surprised how hard people work around here. They work nights and weekends, sometimes not seeing their families for a while. Sometimes people work through Christmas to make sure the tooling is just right at some factory in some corner of the world so our product comes out the best it can be. People care so much, and it shows.