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E’ uscito di recente un nuovo report realizzato da Charlene Li e Ed Terpening di Altimiter (lo trovate qui se siete interessati a un approfondimento di dettaglio: http://pages.altimetergroup.com/social-business-governance-report.html?utm_source=carousel&utm_medium=website&utm_campaign=SBG).

Cerchiamo di analizzare insieme le dimensioni principali del loro lavoro e gli indicatori chiave che emergono dall’analisi svolta.

Il primo – estremamente significativo – dato che emerge è che sono ancora pochissime le organizzazione che hanno intrapreso una seria digital transformation guardando all’interno dell’organizzazione, sistematizzando processi, tecnologia e cultura, investendo più su una dimensione di gestione interna che non su una di tecnologia o comunicazione. L’attenzione è ancora troppo focalizzata su quello che accade all’esterno dell’impresa, quando sappiamo perfettamente che la sfida principale si gioca – oggi – al suo interno.
La mancanza di processi interni e di una corretta governance atta a gestire la trasformazione digitale si riflette in scarsi risultati ottenibili attraverso questi strumenti. L’ottenimento di migliorie e di efficientamento d’impresa è possibile – infatti – solo se utilizziamo correttamente le due dimensioni organizzative (interna vs. esterna) e lavoriamo in modo sinergico cambiando prima di tutto la cultura di chi lavora all’interno dell’azienda. 

E’ comunque un buon numero di aziende (il 53% come mostra il grafico qui sotto) ad avere – perlomeno sulla carta – un approccio sinergico che unisca una social business strategy con la propria governance.

Social media governance

Ma quali sono i driver che portano alla costruzione della corretta governance e alla realizzazione delle policy interne per la gestione e la realizzazione della trasformazione digitale?
Il grafico che viene riportato qui di seguito mostra gli aspetti chiave di questo approccio strategico.
Al primo posto la necessità di scalare e di scaricare a terra il valore aggiunto che i media digitali sono in grado di generare per l’impresa, l’attenzione al cliente da un lato (verso l’esterno con la customer experience) e l’attenzione al dipendente dall’altro (verso l’interno con l’empowerment degli employees).

Social media governance 2

All’interno del report sono poi identificate le dimensioni chiave per realizzare una corretta governance dei social media all’interno dell’azienda.

  • Persone: la policy e la governance partono da qui, perché non è possibile rimpiazzare o rivedere i ruoli organizzativi senza passare dalle persone, il percorso di trasformazione deve partire da loro e essere funzionale alle loro necessità. A livello di dipartimenti coinvolti si tratta ancora di funzioni legate al mondo esterno dell’azienda, molto spesso nel marketing (25%), in un team dedicato e verticale sui social media (15%) o nelle PR/comunicazione esterna (10%).
    All’interno di questa dimensione è necessario definire al meglio alcuni punti: l’allineamento della leadership interna per generare sponsorship e committment dall’alto e da parte del top management; una partecipazione cross-funzione e cross-dipartimento per coinvolgere l’intera organizzazione; la definizione di ruoli precisi e compiti strutturati; delle metriche di misurazione dell’efficacia e del ritorno sui progetti; una mappa di progetto che evolva durante il tempo.
    Al centro della governance devono esserci le definizioni dei ruoli e delle responsabilità individuali sui singoli processi e task.
  • Policy: solo il 7% delle organizzazioni intervistate ha una policy onnicomprensiva in atto, il 60% delle organizzazioni ha socializzato le best practice e il 25% sta lavorando per farlo. Per svilupparla correttamente è necessario – anche in questo caso – tenere presenti alcuni aspetti fondamentali del processo di cogenerazione delle linee guida: definirla in modo corretto sulla cultura, le caratteristiche e i bisogni specifici dell’azienda; far lavorare le persone che contano e quelli che sono realmente motivati a vedere un cambiamento nell’organizzazione, valorizzare cioè quelli che davvero possono giocare un ruolo fondamentale; assicurarsi che si innesti all’interno del contesto aziendale in modo corretto e funzionale in allineamento alle altre policy dell’organizzazione e in sinergia con gli altri stream di processo; realizzarla in modo pragmatico in modo che generi davvero del valore e sia collegata ai flussi necessari al business.
  • Processi: pochissime aziende sono/sarebbero in grado di far fronte e di rispondere in modo corretto a una crisi, se le procedure e le policy rimangono su carta e non sono legate ai processi il senso del lavoro rimane poco e il valore che si riesce a generare è nullo.
  • Pratica: serve concretezza, si devono misurare i risultati e i bisogni dell’azienda e dell’organizzazione, partire dai problemi e lavorare per risolverli in modo efficace, in questo senso la strategia deve partire dai bisogni e dai problemi concreti ai quali l’azienda ha urgenza di rispondere.

La struttura organizzativa a supporto può essere di differenti tipologie, senza preferirne nessuna, il modello migliore è quello che viene generato e costruito in modo sartoriale sugli specifici bisogni dell’utente e sulle caratteristiche organizzative.

Social media governance 3

Esistono alcune best practice da seguire e errori da evitare per la realizzazione di una governance corretta:

  • Evolvere durante il tempo: non considerare questi modelli come qualcosa di scolpito nella pietra è funzionale al raggiungimento dei migliori risultati, muoversi in contesti fluidi richiede adattamento e costante miglioramento
  • Ricercare sponsor nei livelli alti che credano nel progetto e che lo supportino ai vertici dell’organizzazione
  • Assicurarsi che il progetto rispecchi le caratteristiche specifiche dell’organizzazione e sia in grado di mantenere intatte le specificità dell’azienda
  • Assemblare un team cross funzione e cross dipartimento che garantisca una visione a 360° su quello che stiamo facendo e su quello che è necessario fare. La contaminazione delle competenze è un’aspetto chiave
  • Evitare il coinvolgimento del solo team social e digital: la rivoluzione digitale e la trasformazione dell’azienda riguarda tutta l’organizzazione

La costruzione e l’implementazione di un progetto di questo tipo non è un interruttore che accendiamo e spegniamo in azienda e che fa automaticamente funzionare bene le cose.
Si tratta piuttosto di un percorso che deve essere costruito per gradi e per fasi specifiche.

Roadmap

Il report è di per sé interessante ma credo che faccia un po’ di confusione con i termini in gioco considerando la policy e la governance legata ai social media come un qualcosa dell’azienda per i dipendenti e per i clienti, dimenticando un po’ quello che è l’aspetto chiave della trasformazione digitale e dell’evoluzione verso un social business.

Parliamo – in questo senso – di un’organizzazione più matura, più attenta, più centrata sui bisogni delle persone, senza troppe distinzioni tra interno ed esterno dell’impresa; un’organizzazione in grado di generare valore per tutti coloro che ci lavorano e per tutti coloro che ci entrano in contatto.
“Trasformarsi digitalmente” vuol dire – prima di tutto – partire dalla cultura, dalle persone e dai loro desideri e dalle loro aspettative: senza questo tipo di riflessione le cose semplicemente non funzionano. Questi temi di importanza cruciale per l’azienda non sono sfiorati dal documento che – a mio modesto avviso – pecca un po’ di superficialità in questa direzione. Governance e Policy sono sicuramente aspetti chiave e fondamentali ma rappresentano azioni tattiche necessarie all’interno di un quadro di evoluzione strategica molto più ampio nel quale devono essere inserite.

Il cambiamento non si può imporre, va costruito in modo collaborativo e in modo sinergico con i protagonisti della storia che vogliamo raccontare. 

Di recente, per un grosso e importante cliente internazionale, mi è capitato di prendere in esame lo scenario retail e le grandi aziende internazionali che si stanno muovendo in ambito digital, con maggiore o minore successo.

Il quadro che ne è uscito risulta a tratti molto interessante perché riporta un cambiamento estremamente significativo che è avvenuto e che sta avvenendo sia a livello di scenario generale sia a livello di comportamenti di consumo, ma al tempo stesso un’opportunità di business ancora molto ampia che non sempre viene colta da parte degli attori presenti sul mercato. Nuove sfide ma ancora – forse – strumenti e modelli di lettura non adeguati ai mutati contesti che impediscono un corretto sviluppo di strategie che potrebbero davvero coinvolgere in maniera significativa i consumatori.

In questa sede mi piacerebbe condividere alcune riflessioni che ho maturato e fissare alcuni punti che penso siano interessanti e possano essere di aiuto a ulteriori approfondimenti.

Il Social Customer nello scenario Retail: cosa cambia?

Del Social Customer abbiamo parlato più e più volte in questo e in altri contesti sottolineando il cambio di paradigma e come i comportamenti di consumo degli utenti siano cambiati.

In che senso?
A una rivoluzione nelle modalità di comunicazione ha fatto seguito una ancora più rilevante rivoluzione nei comportamenti. Quello che emerge dai dati è un nuovo tipo di consumatore estremamente attivo nelle piattaforme di social networking come Facebook, Twitter, Youtube, Flickr ed interessato ad una relazione più duratura, profonda e paritetica con il brand. Grazie alla quantità d’informazione e alla possibilità di connettersi con milioni di persone in rete, il social customer è un individuo:

  • Più esigente perché più esperto e costantemente aggiornato sulle ultime caratteristiche del prodotto
  • che crede poco ai messaggi pubblicitari e prima di acquistare preferisce formarsi un’opinione personale in rete
  • che ama condividere feedback e commenti, in particolare quando l’esperienza è stata fortemente negativa
  • che assume che il proprio punto di vista venga ascoltato 24h al giorno, 365 giorni l’anno, indipendentemente dal canale scelto per esprimersi
  • che chiede di vedere il proprio feedback incluso nell’evoluzione di prodotti e servizi
  • utilizza lo smartphone per reperire in qualsiasi momento le indicazioni di cui ha bisogno, specialmente tramite i network di cui fa parte
  • sa di avere una voce con cui parlare in maniera diretta con il brand non solo in qualità di cliente, ma anche come ambasciatore e influencer (nel bene e nel male)
  • che vuole essere rispettato e trattato in modo trasparente forte del peso assunto nella propria cerchia di contatti

Nello specifico riprendo lo schema classico e integro alcune riflessioni che possono essere calzanti rispetto allo scenario retail.

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Per il tipo di riflessioni che verranno fatte è molto interessante sottolineare due dei molti aspetti che lo caratterizzano:

  • La costante connessione al mondo internet attraverso qualunque strumento
  • La tendenza all’acquisto online molto marcata
  • L’utilizzo predominante di smartphone e tablet che vanno a caratterizzare un nuovo tipo di pubblico e di utenti

Se è vero come è vero che è cambiato il consumatore. E’ altrettanto vero che sono mutati anche gli scenari e gli ambienti in cui questo consumatore si muove e risulta quindi di importanza fondamentale per le aziende comprendere questo salto di livello ed evolversi verso scenari

Dai consumatori allo scenario: come cambia il mondo retail?

Di seguito riporto alcuni dati di alcune ricerche in cui mi sono imbattuto che penso sia interessante condividere e sulle quali fare un minimo di riflessioni:

  • Secondo Forrester (Febbraio 2011 – http://www.forrester.com/go?objectid=RES57297 ) il numero di vendite per i brand retail salirà fino a raggiungere un mercato di 133,6 miliardi di Euro per il 2015. Al tempo stesso gli utilizzatori della rete e i compratori online passando da 157 a 205 milioni (+30%).
  • Uno studio Goldman Sachs mostra altresì come l’e-commerce stia crescendo a un ritmo di circa il 20% annuo e raggiungerà un mercato di circa un miliardo di dollari per il 2013
  • Emerge l’importanza di investire su una strategia di comunicazione digitale integrata. Uno studio di Accenture (European E-Commerce Survey del 2011 – http://www.accenture.com/SiteCollectionDocuments/PDF/Accenture-ERRT-Brochure.pdf ) mostra come gli utenti e gli shoppers multicanale tendano a spendere in media molto di più degli utenti che invece utilizzano un unico canale.
  • Verso le medesime intuizioni va Capgemini che identifica addirittura una serie di 6 differenti profili di shopper a partire da un’intervista condotta su 16,000 persone in 16 differenti paesi. Lo schema sotto riportato mostra alcuni dei percorsi esemplificativi che possono guidare l’utente.
Capgemini
  • La tradizionale distinzione tra primo momento dei verità e secondo momento di verità coniata da Procter & Gamble in un loro studio ( http://goo.gl/7uEir ) deve essere rivista a favore del momento 0: in cui l’utente diviene consapevole del prodotto del brand e del brand stesso. In questo senso tornano e risultano molto interessanti le riflessione sui customer enagagement loop estremamente noti a chi si occupa di community management: http://socialfresh.com/how-to-create-loyalty-without-customers/
  • In questa stessa direzione va un famoso adagio che gira in rete secondo il quale le aziende non sono quello che dicono di essere, ma quello che Google dice di loro. Si innestano – come comprensibile – dinamiche estremamente serie e concrete di Brand Reputation
Engagement-cycle-socialfresh
  • Il consumo e l’utilizzo di Internet via smartphone e tablet ha raggiunto proporzioni consistenti e il trend è tutt’ora in forte cres
    cita
    . In questo senso l’esperienza di shopping e di acquisto dei consumatori è fortemente collegata e influenzata – a sua volta – dall’esperienza mobile. Uno studio abbastanza recente di Deloitte mostra in modo molto evidente questo legame tra utilizzo del mobile e online e-commerce. Alcuni dati di Statista.com sottolineano come la penetrazione degli smartphone negli stati uniti sia del 40% e l’uso dei tablet negli ultimi due anni è salito dall’0 al 25%. Il 69% di questi utenti utilizzano questi strumenti per cercare informazioni sul prodotto e l’82% per ricercare informazioni a supporto dello shopping nel momento stesso in cui si trovano all’interno dello store. In questo senso diventa fondamentale per i brand anche effettuare riflessioni sulla web reputation e sulle discussioni che sono presenti in rete sui nostri specifici prodotti o servizi.
Deloitte
  • Oltre a tutto questo i brand stanno cominciando e hanno già cominciato a realizzare app per iOs e Android, anche se la tendenza sembra essere in leggerlo calo poiché vien e preferito un sito web ottimizzato per mobile piuttosto che un app dedicara. Il processo va nell’ottica di offrire un percorso integrato di esperienza utente.
  • Una riflessione utile può essere fatta anche sull’utilizzo delle piattaforme social. In questo senso Pinterest è particolarmente interessante. Secondo uno studio di Internet Retailer, il 32% degli shopper online ha fatto acquisti basati su quello che ha su Pinterest o su altri siti di condivisione di immagini.

Queste condivise vogliono solo essere alcune indicazioni iniziali che provero’ poi ad approfondire in post e commenti dedicati analizzando anche i casi di alcuni dei migliori brand a livello mondiale in ambito retail e le iniziative che hanno realizzato per aumentare il coinvolgimento e massimizzare il valore scambiato all’interno dell’intero ecosistema organizzativo.

Per i brand che intendono seriamente percorrere questa direzione si richiedono però – come abbiamo visto nel nostro precedente post – approcci integrati, strategie condivise che mettano al centro, in questo caso, gli utenti, i consumatori.

Come?

Sicuramente la strategia in questo senso non riguarda né l’apertura di una pagina Facebook (perché sappiamo che Facebook non è una strategia e che il Social Media Marketing inteso in questo modo ha fallito: http://www.sociallearning.it/il-social-media-marketing-e-morto ), né la creazione di un’applicazione per iPhone o Andorid, né tantomeno la progettazione di un sito di e-commerce. O meglio: è tutto questo e molto, molto altro. In che senso? E’ molto semplice: nel senso che tutti questi devono essere considerati come semplici strumenti che devono essere ricondotti a un ciclo completo di esperienza di acquisto e di consumo. L’esperienza utente deve essere messa al centro di un percorso ben preciso. I dati dimostrano che c’è ancora molto molto lavoro da fare in questo senso e la costruzione di percorsi specifici per gli utenti è solo una della strade da prendere e delle direzioni in cui investire.

Sicuramente tra i molti processi possibili verso cui andare:

  • Investire in una presenza sui social media integrata e consistente. Troppe aziende di questo settore sono “parcheggiate” sui canali social: manca una vera e propria strategia, un coordinamento centrale e un uso completamente consapevole degli strumenti online
  • Una combinazione di utilizzo e una integrazione tra presenza online e offline. Costruendo processi continuativi che si alimentino a vicenda in entrambe le direzioni
  • La progettazione di un’esperienza davvero significativa che non ricalchi né “scimmiotti” quello fatto dai competitor ma offra un concreto e reale valore aggiunto agli utenti e ai consumatori finali contribuendo alla loro soddisfazione e alla massimizzazione del valore scambiato con l’esterno e con l’interno dell’organizzazione
  • La realizzazione di canali in modalità owned, comunità dedicate e spazi per la discussione e l’interazione all’interno dei siti ufficiali dei brand
  • L’evoluzione dell’ascolto della rete: ancora sempre troppo focalizzato su una percezione della web e brand reputation verso un modello di azione di strategia concreta di ingaggio in cui al centro vengono messi i consumatori
  • Gli scenari – ancora inesplorati in parte – di coinvoglimento del Social CRM cbe in casi come questi potrebbe dimostrare la sua potenza e la sua portata come già fatto per alcuni grandi brand d’oltreoceano (si veda uno su tutti il caso BestBuy – http://www.lithium.com/pdfs/casestudies/Lithium-Best-Buy-Case-Study.pdf )

Di strada da fare ce n’è ed è ora che anche i brand comincino a muoversi in questa direzione

Emanuele Scotti, Rosario Sica, Emanuele Quintarelli

“Markets are conversations”
Cluetrain Manifesto, March 1999

Collaborative mechanisms are radically changing the way in which markets function and the way in which organizations create value. Consumer behaviour is becoming ever more conditioned by the reputation of companies among consumers and influence among peers, often leaving businesses themselves out of the conversation. How does marketing, advertising or CRM re-establish itself in the new millennium?

The method previously relied upon to organize work – born during the manufacturing industry era in order to segment and control industrial production, a method which has reached the present day almost intact – appears inadequate and clumsy in managing the need for reactivity, innovation and agility in today’s organizations. How can we regain efficiency and speed? How can we free the great potential of intelligence, creativity and energy that is exploding onto the business network but which is still trapped in the bureaucracy of modern organizations? These questions go beyond popular phenomena or trends and critically examine business and management practices and convictions in today’s society.

This is a reflection that dates far back and that has re-emerged over recent years in a devastating manner, taking the name of Social Business. Social Business is how a business operates in the era of interconnectivity. Social Business is a new way of organizing work and relationships with a business ecosystem.

Management disciplines have developed great capacities to make stable and repetitive processes efficient over time. Businesses are now being asked to be more agile, to continually redefine themselves, to provide a relevance to service and customer experience, and more. This makes those capacities no longer sufficient and, in some cases, even dangerous.

In this context, the emerging models of Social Business, both inside and outside an organization, are starting to show their value.

If we really want to create something entirely new, we need to start looking around in a new way, otherwise we will continue to behave as we always have. To create new things, we need to look at creating a newer version of ourselves. Let’s consider another period of great transformation, that of the transition from the medieval era to the modern day. The person who best represents this change is Christopher Columbus. Discovering America is in itself an intriguing story for those who study innovation. When we look at great moments of change, we often risk making the mistake of seeing things in a linear manner: some have thought that to do a certain thing, you need to plan the journey and then you will arrive at the destination. However, when you are on the journey of change it is nothing like this. It wasn’t like this in 1492. The story behind the discovery of America is full of errors; Christopher Columbus was convinced up until his death that he had shown the way to the West Indies and not that he had discovered a new continent. It took twenty years to correct this mistake. In order for people to understand that an unknown continent had indeed been discovered, Western Europeans had to change their own opinions and create new maps.

In times of great change things like this happen: you discover things which you never expected to discover. And in turn your convictions, identity, and cognitive processes change.

So why this introduction? Because today we find ourselves in a time very similar to the end of the medieval era, a time of great confusion. And for those of us who work in the world of organizations, it’s easy to see that in all of this confusion, traditional values and managerial models are heavily involved.

The first point to consider is that we need to change some of our convictions. The current management models for our companies no longer work. We have made management a science; we have tried to transform people into machines; we have divided work tasks into segments, taking significance away from the things we do whilst we work; we have depersonalized things in order to try to control the work place; we have tried to standardize work to guarantee the possibility of repeating services without unforeseen events.

This type of organization worked well when the theme of the business was repetition. It becomes a model that works far less well when the nature of the business is knowledge-based, striving for constant innovation, within an intangible environment.

We don’t have the organization and the appropriate technology for the era that we are living in.

Just as at the time of Christopher Columbus, even we need new maps, especially because it is very difficult to manage things that we are not capable of seeing. These new maps are obliged to work with a technological infrastructure that has only been created in the last few years – the Web, more specifically, Social Media – which is interesting not only in itself, but also for the social behaviour it allows.

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The dynamic that emerges by collaborating with other people online can be represented by a curve showing increasing marginal returns (Fig. 1): the overall growth corresponds to overall input. If we learn to harness the power of patrimonial intelligence and the energy of group work the value that is generated grows exponentially. For a long time we have been used to performance curves which in general have decreasing marginal returns, such as the typical curve of experience. (Fig. 2)

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This comparison is very interesting, as it opens up possibilities for us of radical innovation which we don’t even know how to see using our current cognitive processes. We are in a time of great changes, but we think of change in an old way, as something linear, where we have to say where we should go, what the expected ROI is, what the benchmark of reference is, and what the plan of action is in order to reach the goal. But we will never get anywhere if we do not change our way of observing things. We could discover, for example, that – as happens on the internet – if organisations also moved their attention from codifying content (archiving documents, procedures, rules) to protecting connections they would have improved efficiency spaces in front of them. Controlling communication flows among individuals is becoming more important today than controlling the content of the communication itself.

This adjustment must be made quickly, because the world is moving faster than ever. As the Queen of Hearts says in Alice in Wonderland, we must run, but we must run just to stay in the same place. There are emerging countries that are running much more than us; the phenomena that we have already mentioned are creating markets with different rules. The customer is now social (“social customer”) and much more efficient in making the most of the information on companies and products than the companies are themselves. The same thing is happening in some way within companies, with the birth and self-organization of communities and spontaneous networks favoured by technologies, often operating consistently with the organization’s project, but sometimes not.

This tendency has grown from a new generation of young people, who bring with them a completely different culture from that of the organisations that we have created. In this generation, there are completely new
concepts of belonging, of boundaries, of mine and yours, and of collaboration. Businesses must therefore act and act fast. Many of them are already doing so, while others are trying.

Many of them are aware that they have lost control of their own brand, which is passing into the hands of the people who are online – people who discuss their experiences, leave comments, and give criticism in more far-reaching, and more appreciated ways than traditional communication initiatives and campaigns. As Chris Anderson says, we are no longer what we say we are but what Google says we are. The voice of the consumer has gradually become more important in the creation of the image and the reputation of the brand.

A lot needs to be done to create an organisation and infrastructure which are more in line with today’s economy and social context.

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First and foremost, we must create infrastructures of emerging collaboration, i.e. infrastructures which have increasing returns. People have to be able to build trust and resources, they have to be able to organize themselves, they have to be able to solve their problems collaboratively (Fig. 3). This must be done through the integration of two worlds: that of traditional organization (which nevertheless remains necessary for defining responsibilities, plans and tasks) and that of new forms of organization and the emerging collaborative network, which are necessary for dealing with unforeseen circumstances. There is also a lot to be done on the external front – engaging with the client (fig 4).

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We need to talk to clients. We need to stop shouting; we have to listen and understand how they use products and what they want. Companies can carry out “social marketing” activities, letting enthusiastic clients “infect” others. They can use social networks to generate sales, and provide customer care and innovation together with clients. There are also plenty of examples of this.

We have to look at innovation from a new perspective, a less linear, less planned and exploratory perspective (Fig. 5). Networks are much more efficient at this than hierarchically organised groups, because when we explore something new we need to believe it, we need to have different points of view, we need to organize ourselves each time in line with the task at hand, and networks are much more efficient at this. Today is no longer about evangelization; that was the case years ago, when we started our project and launched the Enterprise 2.0 Forum in 2008. Today this has become mainstream. So what kind of company do we imagine? It’s an open, emerging and collaborative organisation, in which we need to talk to people outside the company with feedback flows precisely because we are organised inside the company with similar flows. The organisation can therefore do social media marketing, innovation/crowdsourcing, collaborative support with clients, and more.

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We need courage, energy and faith in order to make this journey. But above all, we need to wear the right glasses, and look at new phenomena with new eyes. Only at that point will we discover that we have reached a new land of opportunities.

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  1. Chaos is simplicity that we cannot  see yet
  2. Organisations are conversations
  3. Entropy is born from trying to use new tools to do old things, or from using old tools to do new things
  4. E-mail has been overtaken by more open and emerging exchange platforms. Organizations should abolish their internal use of e-mail
  5. When faced with ever more complex and inter-connected problems, decision-making architecture – represented by modern business and governance models anchored in a hierarchical command-control principle – shows all its inadequacy
  6. The road must be the culture of risk: new perspectives do not open up without risks
  7. Clients know the products much better than the companies that produce them
  8. Those who work expect in some way to be able to participate in the organizational project; malaise is generated by the impossibility of this participation
  9. In order to see new phenomena we need to build new tools of analysis and measurement
  10. Organisations are living organisms. Even before generating products they generate and transform knowledge
  11. The ability to generate and transform knowledge makes organizations emerge or decline in the knowledge economy
  12. Knowledge is generated and transformed in conversations among employees, among clients and between clients and employees
  13. Conversations go beyond walls and roles and favour relationships of trust that are difficult to condition
  14. The weak point of knowledge management is the management
  15. Collaboration is the challenge for modern organizations. We have only just begun to deal with this; the management tools currently available are inadequate for the purpose, as they were born in another era and for opposite objectives.
  16. Collaboration does not (only) mean coordination, planning, and role management. Collaboration means putting collective intelligence to good use
  17. Today we need to come together, create stories and common meanings, involve personal feelings, find ways to engage with people
  18. Organizations that are inflexible risk extinction
  19. High-performance organizations have disorganization and weak links as their strong point
  20. There is much more intelligence in our organizations than management is willing to recognize
  21. The intelligence in organizations today is trapped in procedures, customs and roles
  22. It is difficult to direct a conversation; it is easier to feed it or silence it for good
  23. An economic crisis is also a crisis of management models and work organization models
  24. Today, man’s great works are born from conversations, and often they don’t need governance
  25. The knowledge of organizations today lies more in connections than in company databases
  26. Teamwork, integration, collaboration: organizations are cramming themselves full of concepts that are ever further from their own practices
  27. The market today has a faster and more articulate intelligence than the intelligence of organizations
  28. Organizations react to stimuli in their market with a speed that is inversely
    proportional to their size
  29. HR’s plans hide the fear of freeing the energy and intelligence found within the organization
  30. Clients, like employees, are looking for a contact and a dialogue but instead find rubber walls with high-sounding names: call centres, customer care, direct lines
  31. Consultants strengthen the status quo: they try to bring complexity to the pre-established order but by doing this they increase entropy as they simply move the disorder to another level
  32. Disruptive innovation does not occur in  R&D departments: it occurs by mixing points of view and knowledge in new and open connections
  33. One-way intranets are useless; Social Intranets can today become the nervous system that allows an organism to feel and act as a unit: they allow the exchange of stimuli, the accumulation of memory, the formation of identity and the coordination of actions
  34. Today there is a need to come together: to connect the dots (vision) but also to connect people and create autopoietic (self-creation) systems
  35. Reputation is the key
  36. Centre and outskirts are concepts of the last century. Online, centrality is a function of authority and visibility
  37. Listen, listen, listen: it’s the client who tells you who you are
  38. In the knowledge economy you don’t have to know everything but you do have to be well connected
  39. From the knowledge economy to the gift economy…
  40. The business process emerges bottom up, learns constantly and adapts itself according to feedback from employees and clients
  41. Think in a new way: abandon slideshows and restructure work spaces.
  42. Listening to conversations is not enough. We need to draw meaning from them and direct change
  43. Your employees come first. Without their involvement your Marketing department will never be able to engage customers
  44. Consulting firms are not needed to build new organisations.
  45. Ideas from clients, employees and suppliers are just as good as those from management
  46. Social Business is not a new technology, it’s a new type of company
  47. Looking at the market through the eyes of the product and socio-demographic segments has lost its value. Let’s seek out passions, needs, tribes
  48. A company is centred on the client when it is able to look at itself from the outside, knocking down barriers both internally and externally
  49. Bottom-up innovation does not mean carrying out everything that the clients ask for. It means understanding the problem that the clients want solved and helping them to solve it
  50. Socializing processes does not mean creating new silos, even if they are social. It means breaking down traditional and social silos.
  51. Only working for a wage never makes the difference. People today are looking for a common mission
  52. Opening a Facebook page is easy. Opening the doors of a company and welcoming clients is difficult
  53. Companies hardly ever know what the client wants because they have always been afraid to listen
  54. Communities of people are not created and managed. Communities attract members and are cultivated by them
  55. The new management model is closer to cultivating a community than to leading a flock
  56. Change starts from the early adopters, but sustainable change reaches everyone else
  57. Customer service is the new marketing
  58. The only way to balance the excess of information in which we are drowning is by adding more information that acts as a filter
  59. A group of kids has created more innovation in the last 15 years than IBM, Microsoft and Oracle put together

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