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In diverse occasioni – in questa e in altre sedi – ho speso tempo per sottolineare l’importanza del processo di ascolto, monitoraggio e analisi della propria reputazione online.
A primo avviso sembra essere un processo che coinvolge solamente le funzioni comunicative dell’azienda, quelle più attente alla vendita e alla promozione dei prodotti o servizi dell’organizzazione. In realtà, il processo di ascolto è un processo trasversale che si innesta a molteplici livelli organizzativi.

Tuttavia, il monitoraggio della propria reputazione online (Social media monitoring, Web Monitoring, Buzz Monitoring…) è sicuramente uno dei trend maggiormente in voga al momento e merita di essere approfondito adeguatamente.
Di recente mi sono imbattuto in un video di Radian6 (piattaforma leader per il Social Media Listening che è stata recentemente acquisita da Saleforce)

Il video presenta le funzioni del tool ma è anche utile perchè permette di identificare alcuni aspetti fondamentali di un buon report di monitoring sui social media.
Tra le sezioni principali (che non possono mancare all’interno di una buona analisi) è possibile identificarne alcune fondamentali che fanno la differenza tra un report ben costruito e uno strumento inutile.

Share of Voice
Lo SOV ci aiuta a comprendere meglio dove si parla della nostra azienda e con quale frequenza. Si tratta di un semplice conteggio delle mention ma che rappresenta un primo, fondamentale step per la comprensione di quanto materiale su di noi è presente in rete e in quali luoghi online le interazioni sono maggiormente frequenti

Trend
Il trend fornisce una misura indicativa di come sia l’andamento delle conversazioni nel periodo di riferimento. Attraverso il tracciamento di un trend è possibile comprendere se le iniziative specifiche lanciate dal brand in quel determinato periodo hanno avuto una certa risonanza o meno, oppure se alcuni fatti – positivi o negativi – hanno avuto eco in rete e hanno influito sull’immagine dell’azienda.

Categorizzazione dei messaggi e attribuzione del sentiment
All’interno di un buon report che offra una fotografia di ciò che si dice in rete su un determinato brand deve essere sempre presente un forte contributo di analisti esperti che siano in grado di determinare il sentiment dei messaggi, comprendere il senso profondo e ricollocarli all’interno della visione più ampia dell’intero report. Come a dire che non è sufficiente che vi siano dati e numeri ma che il buon “valutatore” deve sempre tradurre quei dati e valori in suggerimenti e indicazioni specifiche per l’avvio di una strategia più complessa.
Una buona analisi della reputazione si basa soprattutto su questo punto che difficilmente può essere demandato a un tool (per quanto valido sia).

Influencer
Laddove possibile sarebbe sempre importante cercare di identificare chi son gli opinion leader, le fonti più importanti e coloro che muovono le informazioni sul nostro brand in rete

Ma ascoltare a che scopo?
L’ascolto – a mio avviso – deve essere inserito all’interno di una strategia molto più ampia e deve far parte di un processo consolidato di cultura organizzativa improntata al cambiamento e all’evoluzione se non vuole essere un esercizio fine a se stesso con poco significato.
Credo che questo semplice schema possa riassumere molto bene quello che stiamo dicendo.

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All’interno di un recente post Stefano Mizzella ha speso alcune parole per identificare l’importanza del listening all’interno della costruzione di una strategia valida sui Social Media ( http://www.socialmediascape.org/social-media-listening-quando-ascoltare-e-piu… ). Basandosi sul lavoro di Marshall Sponder ha elaborato un interessante schema che ci permette di comprendere come il processo di ascolto non sia un’attività fine a sé stessa ma piuttosto un’insieme di passaggi che conducono all’avvio di una strategia e un coinvoglimento molto più ampi.
All’interno del post sono sottolineati per altro anche altri aspetti fondamentali che mettono in luce come ogni processo di ascolto consapevole parta da domande molto precise e mirate che identificano il cuore dell’analisi:

  • Perchè sto ascoltando?
  • Cosa voglio sapere?
  • Cosa mi aspetto di sentire?
  • Chi devo ascoltare?
  • Dove si parla, in che modo e quanto?

Compresa l’importanza dell’ascolto all’interno dei processi che vede l’azienda coinvolta verso l’esterno (clienti, partner, fornitori, semplici utenti, ecc.) resta da domandarsi quale ruolo questa strategia e questo approccio possa essere vincente anche all’interno dell’organizzazione.

 

Il noto – e molte volte citato – caso Lago ( presentato da Emanuele Quintarelli in questo post – http://www.socialenterprise.it/index.php/2009/04/05/da-enterprise-20-a-pmi-20… ) ha messo in evidenza già anni fa l’improtanza di un processo come quello di co-creazione per il coinvolgimento e l’ingaggio dei dipendenti di un’azienda.
Se si attua un procedimento di questo tipo – come quello descritto – sarà molto più semplice realizzare prodotti o servizi che siano una reale risposta all’esigenza di dipendenti, dei clienti, dei fornitori e di tutto l’ecosistema aziendale.

Partire dall’ascolto come punto fondamentale di ogni processo di Social Business significa quindi porre veramente al centro la persona con le sue esigenze e fare di queste esigenze e della loro risoluzione la chiave della nostra organizzazione.
E’ solo in questo modo che si può diventare un Social Business, un’organizzazione – cioè – il cui scopo principale è di massimizzare il valore scambiato da tutto l’ecosistema aziendale (dipendenti, clienti, partner, fornitori…) in modo sistematico e pianificato.   

 

 

Photo Credit – Highersights

Come l’anno scorso ho l’onore di partecipare alla tappa milanese dello Young Digital Lab, innovativa tavola rotonda al tempo dei social media composta solo da giovani consulenti.
Il tema di questo corso sarà la pianificazione della comunicazione e della strategia di business ai tempi del social web.

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Ecco il programma completo del corso che si articola su due giornate.
Qui il sito dell’evento con la locandina completa e le informazioni per la registrazione: http://www.youngdigitallab.com/eventi/corso-digital-strategy-social-media-com…

Giovedi’ 17 Novembre 2011 – Digital Strategy

  • Always on: dal social Web al social World
  • App economy e l’evoluzione di Internet
  • Web Monitoring: l’ascolto e la comprensione prima di tutto
  • Digital strategy e social media mix
  • Digital media planning: progettare gli investimenti online
  • Viral marketing: principi e tecniche
  • La gamification applicata ai modelli di business
  • 7 case history di digital marketing

Venerdi’ 18 Novembre – Social Media Communication

  • Facebook marketing dalla A alla Z
  • Social media strategy e social media management
  • Community management: problemi e rischi
  • Social Media Analytics e misurazione dei risultati
  • Social crm: dall’ascolto al coinvolgimento del cliente
  • Deals e mayors: dagli strumenti al local marketing
  • Online2Offline tra strategia, tecnologia e cultura
  • Cosa non fare: i più recenti flop

Personalmente avrò l’onore di tenere tre speech.
Nel primo speech, dedicato al web monitoring e al social media listening proverò a tracciare alcune riflessioni partendo dalla mia esperienza in alcuni progetti di web reputation che ho seguito negli ultimi 4 anni. Obiettivo dello speech sarà quello di sottolineare l’importanza della raccolta di feedback e dell’ascolto come primo – fondamentale – step per muoversi consapevolemente all’interno dei social media.
Provero’ anche a portare alcuni esempi di casi su cui stiamo lavorando qui in OpenKnowledge ( http://www.open-knowledge.it/ ).

Nel secondo speech porterò avanti il discorso parlando di Social CRM: di come – cioè – si possa passare dall’ascolto ad una strategia più ampia di coinvolgiemento dell’intero ecosistema aziendale: partner, clienti, fornitori che sia in grado di migliorare i processi di business e l’efficacia ed efficienza dell’organizzazione.
Anche in questo caso proverò a portare alcuni casi studio e best practices a livello worldwide.

Infine – ma non meno importante – parlerò della Gamification (tema di cui abbiamo già discusso in questa sede) come nuovo trend e nuova strategia per il coinvolgimento e il miglioramento dell’impresa: applicare il gioco e le meccaniche dei giochi al business è possibile? E’ possibile migliorare davvero l’organizzazione con questi strumenti? E come?

Vi lascio con un piccolo divertente video relizzato per far capire alcuni dei cambaiemnti di cui si parlerà al prossimo incontro.

Ci vediamo a Milano?

Se pensiamo alle antiche culture e ai miti che hanno sostenuto gli aspetti più nobili della nostra umanità, ci accorgiamo ben presto che non possiamo fare a meno del racconto, delle storie, delle narrative, di quelle tradizioni trasmesse oralmente che sono state determinanti per la costruzione della coscienza umana.

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Applicate al mondo moderno queste considerazioni appaiono forse antiche, ma i principi che animano lo storytelling sono ancora assolutamente vivi. Pensiamo al ruolo che i Social Media stanno avendo, hanno avuto e avranno nella nostra vita quotidiana ( proprio nei giorni scorsi l’annuncio di Facebook Timeline – http://www.facebook.com/about/timeline ): l’importanza del raccontare e dell’ascoltare – soprattutto per le aziende diventa fondamentale.

La narrativa assume oggi i controni transmediali, pervasivi, complessi che Henry Jenkins ha bene messo in vista nel suo libro Cultura Convergente e all’interno del suo blog (qui la prima parte http://henryjenkins.org/2009/12/the_revenge_of_the_origami_uni.html e qui la seconda http://henryjenkins.org/2009/12/revenge_of_the_origami_unicorn.html) e diviene più complessa da anlizzare.

Le aziende – dal canto loro – hanno cominciato a usare le narrative e lo storytelling per il marketing e per rendere maggiormente coinvolgenti le storie legate al loro brand o ai loro prodotti.
Il raccontare storie ed esperienze è una modalità coinvolgente, empatica che – se il “prodotto narrativo” è ben realizzato – ha una presa molto forte su chi guarda.
Un esempio perfetto ed eccezionale di quanto stiamo dicendo ci arriva da Canon per la promozione della sua Canon EOS 7D:

Il video mostra chiaramente la storia di un fotografo naturalista impegnato alla ricerca di scatti sempre più creativi, dinamici e di effetto. Qui il brand e il prodotto appaiono solo superficialmente in secondo piano e rappresentano – ad una più attenta analisi – i veri protagonisti della storia.

Allo stesso modo ecco un video di Toshiba per la presentazione dei suoi laboratori di innovazione e del Quantum Computing:

Qui il discorso è differente perchè il brand in questione usa gli spazi partecipativi del web e il raccontare storie per condividere alcune delle proprie metodologie legate all’innovazione. Il video fa parte di una serie definita LABCast in cui Toshiba apre le porte dei suoi laboratori di innovazione per raccontare al pubblico cosa succede al loro interno e quali tecnologie vengono sviluppate.

Infine un video di Starbucks che mostra il rapporto tra brand e suoi dipendenti:

In che modo quindi queste  modalità influenzano la nstra percezione e ci coinvolgono? Credo che sia possibile identificare alcuni fattori principali del perchè siano così efficaci:

  • coinvolgimento
  • empatia
  • narrative
  • interesse decentralizzato

Va da sé che la sfida sta sempre nel realizzare anche prodotti di qualità all’altezza per i valori che si intendono trasmettere, Tutti e tre i documentari mostrati hanno una buona qualità dell’immagine, un ritmo scorrevole e non risultano noiosi da seguire.

A livello di formazione e apprendimento – e quindi indirettamente sul Social Learning – l’utilizzo delle narrative e dello storytelling è stato largamente impiegato. La funzione pedagogica delle storie è nota da tempo e il semplice raccontare e raccontarsi ha una funzione catartica.
L’applicazione di queste logiche dovrebbe essere quindi tenuta in seria considerazione da chi intende occuparsi di questo mondo.
Come ha sostenuto George Siemens nell’intervista fatta in occasione del Social Business Forum 2011, non si tratta i inventare qualcosa di nuovo, ma semmai di tornare con più naturalezza a modalità di comunicazione e di apprendimento che ci appartengono maggiormente:

Il Social Learning non è un nuovo trend. I modelli di apprendimento come quelli corporativi delle Gilde e dell’apprendistato hanno invocato molto tempo fa quello che noi oggi chiamiamo Social Learning. Andando ancora più indietro nel tempo, i primi filosofi si appoggiavano quasi esclusivamente al Social Learning, come ci ricordano molto bene le storie che ancora si raccontano su Socrate, Platone ed Aristotele. Ciò che c’è – oggi – di veramente innovativo è la scala sulla quale possiamo essere coinvolti in un processo di Social Learning. Le tecnologie basate sul web riducono moltissime delle barriere che i discenti erano costretti ad affrontare nel passato (tempo e geografia sono solo due delle molte possibili variabili). Con lo sviluppo dei social-network e strumenti come Skype, Google Talk, i device mobili, il livello e la scala rispetto alla quale possiamo essere “social” sono aumentati in modo consistente. In questo senso il “Social Learning” è un ritorno più naturale al nostro modo di apprendere e di interagire con gli altri.

Chiudo con una citazione di Walter Benjamin:

l’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori.

In questo blog abbiamo più volte affrontato il tema della conoscenza condivisa e di come fosse possibile valutare il Social Learning.
Il tema della valutazione informale della conoscenza risulta importante e di primaria rilevanza soprattutto in quei contesti in cui la certificazione delle competenze diventa cruciale per la determinazione dei risultati e per il riconoscimento del percorso di apprendimento sia esso individuale o condiviso.

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Una interessante presentazione realizzata da un gruppo di ricerca della OpenUniversity è dedicata proprio a mettere in luce le possibili metriche di analisi dell’apprendimento social.
Ecco qui la presentazione realizzata qualche tempo fa:

Ad emergere in modo interessante sono alcuni punti chiave:

  • il ruolo – estremamente importante – della Social Network Analysis e della Organisational Network Analysis nella valutazione e nella mappatura degli apprendimenti informali e della conoscenza condivisa nelle organizzazioni. Ne avevamo già parlato in occasione del Social Business Forum, a Milano lo scorso giugno – http://www.sociallearning.it/la-social-network-analysis-per-comprendere-e
  • L’importanza dell’utilizzo di strumenti e metriche differenti per l’analisi dell’apprendimento da molteplici punti di vista e con parametri di valutazione quali-quantitativi in modo da restituire sempre un quadro che sia il più completo possibile.Nel documento riportato si fa riferimento oltre alla SNA a una serie di misurazioni come l’analisi delle conversazioni e delle interazioni tra utenti (non solo la frequenza del contatto quindi, ma anche la qualità di questo)
  • Altro punto molto interessante – come messo in luce nel precedente punto – è l’analisi delle conversazioni con metodologie che ricordano più quelle dell’etnografia digitale e che siano in grado di restituire valore alla misurazione delle interazioni non basandosi semplicemente su una visione – classica e obsoleta – di scambio delle informazioni 1 a 1.

Sono dell’opinione che le tecniche di SNA e ONA siano sempre più adatte alla misurazione di questi flussi informali ma che – come del resto sempre evidenziato in questo blog e come messo in luce anche dalla presentazione della OpenUniversity – la vera sfida sia nell’integrare le “vecchie” e consolidate metriche di valutazione dei processi di apprendimento nei nuovi contesti provando a sperimentare soluzioni sempre più innovative.

Un ulteriore punto su cui riflettere dovrebbe essere quello di non limitarsi a utilizzare nuove metriche o strumenti innovativi ma di fornire anche le giuste chiavi di lettura dei fenomeni che vengono osservati.
Il ruolo del valutatore penso resti sempre fondamentale perché in grado di porre in giusta relazione i fenomeni osservati, le metriche utilizzate con un quadro concettuale di riferimento e, inoltre, in grado di aiutare i committenti a comprendere l’andamento dell’organizzazione, della community o del processo di apprendimento in generale.

In questo senso ecco alcune delle domande a cui si potrebbe dare risposta con queste metodologie:

  • come si spostano i contenuti e la conoscenza all’interno della tua rete aziendale?
  • Come è gestita la conoscenza nella tua organizzazione?
  • Come viene modificata la conoscenza a seconda di ciò che viene erogato all’interno di un corso di formazione o della creazione di una comunità di apprendimento?
  • Quali gruppi si creano all’interno di un contesto di apprendimento organizzativo?
  • In base a quali logiche sono strutturate le conoscenze del gruppo in formazione?
  • Quali sono gli impatti e il ROI sul livello più ampio dell’organizzazione?
  • Chi si trova ai margini dell’interazione e dell’apprendimento rischiando di non riuscire a trasferire correttamente le conoscenze apprese?

Tempo libero, lavoro e processi produttivi sono stati spesso – e a ragione – considerati come concetti opposti e difficilmente conciliabili. Ma siamo proprio sicuri che sia così? Siamo sicuri che l’organizzazione del futuro possa davvero distinguere due momenti completamente differenti nella vita di ognuno di noi?

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Le riflessioni su questo tema ci portano a considerare alcuni post passati in cui abbiamo affrontato – per esempio – il ruolo della Gamification sui processi di business e di come il gioco e le dinamiche ludiche potessero essere utilizzate per migliorare i processi produttivi di un’azienda o la relazione con i propri clienti. Il tutto raccolto nell’aforisma che vede l’opposto del gioco non nel lavoro ma nella depressione (Maggiori informazioni: http://www.sociallearning.it/ancora-su-giochi-videogiochi-gamification-e-p).
O ancora si è riflettuto di come il vero lavoro non avvenga sul posto di lavoro e di come le persone siano più produttive in ambienti che ricalcano le loro abitazioni (basti pensare in questo senso alle sedi di lavoro di colossi come Facebook o Google) – http://www.sociallearning.it/come-mai-non-si-lavora-sul-posto-di-lavoro-wh

Ecco un bel video del TED sull’argomento:

Si tratta della storia di uno studio di designer che ogni 7 anni di lavoro chiude per un intero anno per dedicarsi a del tempo libero. Nel racconto si narra come il periodo di riposo “forzato” aiuta a riprendere con maggiore efficacia, con più serenità e rende l’intera organizzazione più efficiente, efficace e reattiva agli stimoli provenienti dall’esterno.
Ed ecco un altro video dei soliti due ingegneri di Google che raccontano il loro lavoro come un “hobby” in cui elementi di divertimento e ludici si mescolano agli impegni di tutti i giorni. Raggiungere il massimo della prestazione – per loro – è molto semplice: sono immersi in un ambiente stimolante, si confrontano con i massimi esperti al mondo, sanno di potersi svagare e rilassare in qualunque momento, si sentono a casa…

Sono dell’idea che le organizzazioni del domani e i processi di lavoro saranno strutturati in maniera sempre più simile a qunto visto nei video e sempre meno a come sono oggi.
Lo scoglio – inutile dirlo ormai – è sempre più culturale.

Chiudo con una bella citazione di Joseph Conrad:

Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà – per se stesso, non per gli altri – ciò che nessun altro potrà mai conoscere.

Chi si occupa di organizzazioni conosce sicuramente il termine “Kaizen” che deriva da una concezione orientale di miglioramento continuo del proprio operato (precisiamo però che prima ancora di essere applicato alla filosofia organizzativa deriva dallo Zen e dai principi classici della filosofia orientale). E chi segue questo blog sa bene che amo prendere concetti della filosofia orientale per applicarli al mondo lavorativo.

Ma che cos’è il Kaizen esattamente?
Come si legge su Wikipedia:

Il Kaizen è una metodologia giapponese di miglioramento continuo, passo a passo, che coinvolge l’intera struttura aziendale. Il termine Kaizen, infatti, è la composizione di due termini giapponesi: KAI (cambiamento) e ZEN (meglio). Il kaizen si connette con concetti come il Total Quality Management (TQM – Gestione della qualità totale), il Just In Time (JIT – abbattimento delle scorte), il kanban (metodo per la reintegrazione costante delle materie prime e dei semilavorati).

Il kaizen, presentato inizialmente dalla Toyota e applicato sempre più in tutto il mondo, si basa sul principio che detta le fondamenta di questa ‘filosofia’: “L’energia viene dal basso”, ovvero sulla comprensione che il risultato in un’impresa non viene raggiunto dal management, ma dal lavoro diretto sul prodotto. Il management assume dunque una nuova funzione, non tanto legato alla gestione gerarchica quanto al supporto dei diretti coinvolti nella produzione.

Al di là del concetto in sé che è stato applicato al processo della catena di montaggio ciò che penso sia interessante sottolineare è la filosofia che sta alla base dell’approccio. Innovare in modo continuo, programmato e non programmato rappresenta la chiave per lo sviluppo di organizzazioni competitive e in grado di evolversi in modo dinamico adattandosi al futuro e al presente.
Ecco un video molto divertente e interessante di come viene gestita l’innovazione e l’approvazione di nuove idee all’interno di Google.

Compagnie come Google, Apple, Starbucks e altri grandi brand che sappiamo essere riconosciuti come esempi mondiali di leader dell’innovazione hanno giocato questa carta come una delle fondamentali nella determinazione del proprio profilo che ormai è divenuto quasi sinonimo della stessa parola innovazione.
Le azioni della Apple sono in crescita costante da anni ormai – con piccole parentesi negative in corrispondenza dei problemi di salute di Jobs – perchè le persone sono convinte che Apple continuerà a innovare e a offrire prodotti sempre migliori.

Innovazione però, intesa non solo come miglioramento costante del prodotto ma anche come forza motrice in grado di aprire nuovi mercati e nuove ispirazioni per l’organizzazione, un’innovazione – come si dice in gergo – Disruptive.
Ecco un video di Luke Williams (Frog Design) proprio sulla Disruptive Innovation preso dal Frontiers of Interaction dell’anno scorso (2010):

In chiusura mi piace ricordare anche un altro termine molto interessante della Filosofia Zen e della cultura orientale, che spesso si ritrova anche nelle arte marziali tradizionali e che credo che le organizzazioni del futuro, i manager e tutti coloro che intendono rapportarsi al Social Business largamente inteso debbano tenere presente.

Shoshin è la pronuncia in giapponese dei caratteri cinesi a loro volta resa in lingua cinese dei termini sanscriti nava-yna-sa prasthita e anche prathama-citta che indicano la mente del novizio buddhista, ovvero la mente che ‘decide’ di iniziare la pratica religiosa buddhista.

In particolare, nel Buddhismo Zen viene inteso come “Mente del principiante” riferendosi al possedere un atteggiamento di apertura, determinazione, passione e assenza di preconcetti quando si studia una materia, anche quando si studia ad un livello avanzato, proprio come farebbe un principiante. Il termine è anche utilizzato nelle arti marziali giapponesi.

Questa termine fu spesso utilizzato dal maestro buddhista giapponese di scuola Soto Zen, Shunryu Suzuki (1904-1971) e posto a titolo di una sua opera, largamente diffusa in Occidente, Zen Mind, Beginner’s Mind, che riflette il suo tipico insegnamento sulla pratica Zen: «Nella mente del principiante vi sono molte possibilità, nella mente dell’esperto solo alcune.»

Lo avevamo intervistato a Maggio prima dell’inizio del Social Business Forum (qui il post http://www.sociallearning.it/la-rete-e-lapprendimento-a-tu-per-tu-con-geor) e ci aveva fornito interessanti spunti per riflettere sui temi di questo blog, a partire dai processi di apprendimento e di gestione della conoscenza all’interno di un mondo interconnesso.
Stiamo parlando di George Siemens che in occasione appunto del Forum del 2011 ha fornito interessanti riflessioni circa l’utilizzo di possibili tecniche analitiche per comprendere e valutare la conoscenza nelle organizzazioni.

Ecco il video del suo speech:

Ecco alcuni dei punti che Siemens ha bene messo in luce nel video e sui quali vale la pena spendere qualche riflessione:

  • Comprendere realmente l’organizzazione significa comprenderne i flussi informativi, di conoscenza e gli scambi formali e informali che avvengono al suo interno. Come aveva già detto nell’intervista del mese scorso, le nostre società sono società basate sull’informazione, e l’informazione è ciò che più di ogni altra cosa caratterizza l’essere umano.
  • I dati stanno assumendo un’importanza fondamentale: rappresentano la moneta di scambio del presente e del futuro e ciò attorno al quale si caratterizza e costruisce la nostra società. I dati sono ovunque: li abbiamo nelle nostre tasche, nei nostri telefoni, ce li portiamo costantemente dietro e non possiamo fare a meno di utilizzarli, di interagire con loro. “Everything is data”.
  • La tecnologia denominata Internet of Things sta crescendo e ci obbliga a pensare ai dati in modo differente e a dar loro l’importanza che non sempre hanno ricevuto. L’Università della California (San Diego) in una recente ricerca ha analizzato come le persone in america consumino quotidianamente una quantità di dati pari a circa 45Gb.
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  • Il sistema sanitario – giusto per fare un esempio – potrebbe trarre un beneficio enorme dall’analisi dei dati e sarebbe in grado di prevenire le epidemie, i virus e comprendere chi siano le persone a rischio di malattia, semplicemente dall’analisi dei social media. Attraverso l’analisi dello stream di Twitter sarebbero – infatti –  in grado di stabilire l’attività fisica di una persona, la sua dieta e tracciare un profilo più o meno complesso del soggetto. Questo tipo di attività permetterebbe di risparmiare milioni di dollari al sistema sanitario americano semplicemente attraverso un’analsi automatizzata dei dati.
  • Il tema della privacy è molto sentito, e rappresenta sempre un punto di discussione molto importante, ma tutte queste sperimentazioni si basano sulla condivisione di dati pubblici che le persone sono consapevoli essere alla portata di tutti. Nessuna violazione viene commessa per l’accesso a questi dati.
  • Twitter è un metodo – secondo una recente ricerca – per determinare, con un’accuratezza di circa l’80%, l’andamento dei titoli in borsa. I nostri dati pubblici, i nostri post, i nostri tweet rivelano le nostre intenzioni più di ogni altra cosa e ci dicono – sapendoli analizzare – molto più di quanto non si possa pensare ad una prima occhiata.
  • All’interno delle reti sociali non è importante la quantità delle informazioni che inseriamo (su Facebook per esempio non conta se non mettiamo tutte le ifnormazioni che ci vengono richieste) perché sono le persone con cui ci connettiamo che rivelano chi siamo. E’ la qualità e la quantità di relazioni che intratteniamo con gli altri soggetti all’interno delle reti sociali che definisce il nostro profilo.
  • La SNA – per quanto sia una metodologia non recentissima – ha un’importanza fondamentale nell’analisi dell’organizzazione per comprendere lo scambio dei flussi di conoscenza e la gestione delle relazioni. Ma il vero lavoro è dare un significato alle informazioni che vengono mostrate dalla SNA.

Queste le slide utilizzate durante l’intervento: