Come l’anno scorso ho l’onore di partecipare alla tappa milanese dello Young Digital Lab, innovativa tavola rotonda al tempo dei social media composta solo da giovani consulenti.
Il tema di questo corso sarà la pianificazione della comunicazione e della strategia di business ai tempi del social web.
Web Monitoring: l’ascolto e la comprensione prima di tutto
Digital strategy e social media mix
Digital media planning: progettare gli investimenti online
Viral marketing: principi e tecniche
La gamification applicata ai modelli di business
7 case history di digital marketing
Venerdi’ 18 Novembre – Social Media Communication
Facebook marketing dalla A alla Z
Social media strategy e social media management
Community management: problemi e rischi
Social Media Analytics e misurazione dei risultati
Social crm: dall’ascolto al coinvolgimento del cliente
Deals e mayors: dagli strumenti al local marketing
Online2Offline tra strategia, tecnologia e cultura
Cosa non fare: i più recenti flop
Personalmente avrò l’onore di tenere tre speech.
Nel primo speech, dedicato al web monitoring e al social media listening proverò a tracciare alcune riflessioni partendo dalla mia esperienza in alcuni progetti di web reputation che ho seguito negli ultimi 4 anni. Obiettivo dello speech sarà quello di sottolineare l’importanza della raccolta di feedback e dell’ascolto come primo – fondamentale – step per muoversi consapevolemente all’interno dei social media.
Provero’ anche a portare alcuni esempi di casi su cui stiamo lavorando qui in OpenKnowledge ( http://www.open-knowledge.it/ ).
Nel secondo speech porterò avanti il discorso parlando di Social CRM: di come – cioè – si possa passare dall’ascolto ad una strategia più ampia di coinvolgiemento dell’intero ecosistema aziendale: partner, clienti, fornitori che sia in grado di migliorare i processi di business e l’efficacia ed efficienza dell’organizzazione.
Anche in questo caso proverò a portare alcuni casi studio e best practices a livello worldwide.
Infine – ma non meno importante – parlerò della Gamification (tema di cui abbiamo già discusso in questa sede) come nuovo trend e nuova strategia per il coinvolgimento e il miglioramento dell’impresa: applicare il gioco e le meccaniche dei giochi al business è possibile? E’ possibile migliorare davvero l’organizzazione con questi strumenti? E come?
Vi lascio con un piccolo divertente video relizzato per far capire alcuni dei cambaiemnti di cui si parlerà al prossimo incontro.
Se pensiamo alle antiche culture e ai miti che hanno sostenuto gli aspetti più nobili della nostra umanità, ci accorgiamo ben presto che non possiamo fare a meno del racconto, delle storie, delle narrative, di quelle tradizioni trasmesse oralmente che sono state determinanti per la costruzione della coscienza umana.
Applicate al mondo moderno queste considerazioni appaiono forse antiche, ma i principi che animano lo storytelling sono ancora assolutamente vivi. Pensiamo al ruolo che i Social Media stanno avendo, hanno avuto e avranno nella nostra vita quotidiana ( proprio nei giorni scorsi l’annuncio di Facebook Timeline – http://www.facebook.com/about/timeline ): l’importanza del raccontare e dell’ascoltare – soprattutto per le aziende diventa fondamentale.
Le aziende – dal canto loro – hanno cominciato a usare le narrative e lo storytelling per il marketing e per rendere maggiormente coinvolgenti le storie legate al loro brand o ai loro prodotti.
Il raccontare storie ed esperienze è una modalità coinvolgente, empatica che – se il “prodotto narrativo” è ben realizzato – ha una presa molto forte su chi guarda.
Un esempio perfetto ed eccezionale di quanto stiamo dicendo ci arriva da Canon per la promozione della sua Canon EOS 7D:
Il video mostra chiaramente la storia di un fotografo naturalista impegnato alla ricerca di scatti sempre più creativi, dinamici e di effetto. Qui il brand e il prodotto appaiono solo superficialmente in secondo piano e rappresentano – ad una più attenta analisi – i veri protagonisti della storia.
Allo stesso modo ecco un video di Toshiba per la presentazione dei suoi laboratori di innovazione e del Quantum Computing:
Qui il discorso è differente perchè il brand in questione usa gli spazi partecipativi del web e il raccontare storie per condividere alcune delle proprie metodologie legate all’innovazione. Il video fa parte di una serie definita LABCast in cui Toshiba apre le porte dei suoi laboratori di innovazione per raccontare al pubblico cosa succede al loro interno e quali tecnologie vengono sviluppate.
Infine un video di Starbucks che mostra il rapporto tra brand e suoi dipendenti:
In che modo quindi queste modalità influenzano la nstra percezione e ci coinvolgono? Credo che sia possibile identificare alcuni fattori principali del perchè siano così efficaci:
coinvolgimento
empatia
narrative
interesse decentralizzato
…
Va da sé che la sfida sta sempre nel realizzare anche prodotti di qualità all’altezza per i valori che si intendono trasmettere, Tutti e tre i documentari mostrati hanno una buona qualità dell’immagine, un ritmo scorrevole e non risultano noiosi da seguire.
A livello di formazione e apprendimento – e quindi indirettamente sul Social Learning – l’utilizzo delle narrative e dello storytelling è stato largamente impiegato. La funzione pedagogica delle storie è nota da tempo e il semplice raccontare e raccontarsi ha una funzione catartica.
L’applicazione di queste logiche dovrebbe essere quindi tenuta in seria considerazione da chi intende occuparsi di questo mondo.
Come ha sostenuto George Siemens nell’intervista fatta in occasione del Social Business Forum 2011, non si tratta i inventare qualcosa di nuovo, ma semmai di tornare con più naturalezza a modalità di comunicazione e di apprendimento che ci appartengono maggiormente:
Il Social Learning non è un nuovo trend. I modelli di apprendimento come quelli corporativi delle Gilde e dell’apprendistato hanno invocato molto tempo fa quello che noi oggi chiamiamo Social Learning. Andando ancora più indietro nel tempo, i primi filosofi si appoggiavano quasi esclusivamente al Social Learning, come ci ricordano molto bene le storie che ancora si raccontano su Socrate, Platone ed Aristotele. Ciò che c’è – oggi – di veramente innovativo è la scala sulla quale possiamo essere coinvolti in un processo di Social Learning. Le tecnologie basate sul web riducono moltissime delle barriere che i discenti erano costretti ad affrontare nel passato (tempo e geografia sono solo due delle molte possibili variabili). Con lo sviluppo dei social-network e strumenti come Skype, Google Talk, i device mobili, il livello e la scala rispetto alla quale possiamo essere “social” sono aumentati in modo consistente. In questo senso il “Social Learning” è un ritorno più naturale al nostro modo di apprendere e di interagire con gli altri.
Chiudo con una citazione di Walter Benjamin:
l’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori.
In questo blog abbiamo più volte affrontato il tema della conoscenza condivisa e di come fosse possibile valutare il Social Learning.
Il tema della valutazione informale della conoscenza risulta importante e di primaria rilevanza soprattutto in quei contesti in cui la certificazione delle competenze diventa cruciale per la determinazione dei risultati e per il riconoscimento del percorso di apprendimento sia esso individuale o condiviso.
Una interessante presentazione realizzata da un gruppo di ricerca della OpenUniversity è dedicata proprio a mettere in luce le possibili metriche di analisi dell’apprendimento social.
Ecco qui la presentazione realizzata qualche tempo fa:
Ad emergere in modo interessante sono alcuni punti chiave:
il ruolo – estremamente importante – della Social Network Analysis e della Organisational Network Analysis nella valutazione e nella mappatura degli apprendimenti informali e della conoscenza condivisa nelle organizzazioni. Ne avevamo già parlato in occasione del Social Business Forum, a Milano lo scorso giugno – http://www.sociallearning.it/la-social-network-analysis-per-comprendere-e
L’importanza dell’utilizzo di strumenti e metriche differenti per l’analisi dell’apprendimento da molteplici punti di vista e con parametri di valutazione quali-quantitativi in modo da restituire sempre un quadro che sia il più completo possibile.Nel documento riportato si fa riferimento oltre alla SNA a una serie di misurazioni come l’analisi delle conversazioni e delle interazioni tra utenti (non solo la frequenza del contatto quindi, ma anche la qualità di questo)
Altro punto molto interessante – come messo in luce nel precedente punto – è l’analisi delle conversazioni con metodologie che ricordano più quelle dell’etnografia digitale e che siano in grado di restituire valore alla misurazione delle interazioni non basandosi semplicemente su una visione – classica e obsoleta – di scambio delle informazioni 1 a 1.
Sono dell’opinione che le tecniche di SNA e ONA siano sempre più adatte alla misurazione di questi flussi informali ma che – come del resto sempre evidenziato in questo blog e come messo in luce anche dalla presentazione della OpenUniversity – la vera sfida sia nell’integrare le “vecchie” e consolidate metriche di valutazione dei processi di apprendimento nei nuovi contesti provando a sperimentare soluzioni sempre più innovative.
Un ulteriore punto su cui riflettere dovrebbe essere quello di non limitarsi a utilizzare nuove metriche o strumenti innovativi ma di fornire anche le giuste chiavi di lettura dei fenomeni che vengono osservati.
Il ruolo del valutatore penso resti sempre fondamentale perché in grado di porre in giusta relazione i fenomeni osservati, le metriche utilizzate con un quadro concettuale di riferimento e, inoltre, in grado di aiutare i committenti a comprendere l’andamento dell’organizzazione, della community o del processo di apprendimento in generale.
In questo senso ecco alcune delle domande a cui si potrebbe dare risposta con queste metodologie:
come si spostano i contenuti e la conoscenza all’interno della tua rete aziendale?
Come è gestita la conoscenza nella tua organizzazione?
Come viene modificata la conoscenza a seconda di ciò che viene erogato all’interno di un corso di formazione o della creazione di una comunità di apprendimento?
Quali gruppi si creano all’interno di un contesto di apprendimento organizzativo?
In base a quali logiche sono strutturate le conoscenze del gruppo in formazione?
Quali sono gli impatti e il ROI sul livello più ampio dell’organizzazione?
Chi si trova ai margini dell’interazione e dell’apprendimento rischiando di non riuscire a trasferire correttamente le conoscenze apprese?
Tempo libero, lavoro e processi produttivi sono stati spesso – e a ragione – considerati come concetti opposti e difficilmente conciliabili. Ma siamo proprio sicuri che sia così? Siamo sicuri che l’organizzazione del futuro possa davvero distinguere due momenti completamente differenti nella vita di ognuno di noi?
Le riflessioni su questo tema ci portano a considerare alcuni post passati in cui abbiamo affrontato – per esempio – il ruolo della Gamification sui processi di business e di come il gioco e le dinamiche ludiche potessero essere utilizzate per migliorare i processi produttivi di un’azienda o la relazione con i propri clienti. Il tutto raccolto nell’aforisma che vede l’opposto del gioco non nel lavoro ma nella depressione (Maggiori informazioni: http://www.sociallearning.it/ancora-su-giochi-videogiochi-gamification-e-p).
O ancora si è riflettuto di come il vero lavoro non avvenga sul posto di lavoro e di come le persone siano più produttive in ambienti che ricalcano le loro abitazioni (basti pensare in questo senso alle sedi di lavoro di colossi come Facebook o Google) – http://www.sociallearning.it/come-mai-non-si-lavora-sul-posto-di-lavoro-wh
Ecco un bel video del TED sull’argomento:
Si tratta della storia di uno studio di designer che ogni 7 anni di lavoro chiude per un intero anno per dedicarsi a del tempo libero. Nel racconto si narra come il periodo di riposo “forzato” aiuta a riprendere con maggiore efficacia, con più serenità e rende l’intera organizzazione più efficiente, efficace e reattiva agli stimoli provenienti dall’esterno.
Ed ecco un altro video dei soliti due ingegneri di Google che raccontano il loro lavoro come un “hobby” in cui elementi di divertimento e ludici si mescolano agli impegni di tutti i giorni. Raggiungere il massimo della prestazione – per loro – è molto semplice: sono immersi in un ambiente stimolante, si confrontano con i massimi esperti al mondo, sanno di potersi svagare e rilassare in qualunque momento, si sentono a casa…
Sono dell’idea che le organizzazioni del domani e i processi di lavoro saranno strutturati in maniera sempre più simile a qunto visto nei video e sempre meno a come sono oggi.
Lo scoglio – inutile dirlo ormai – è sempre più culturale.
Chiudo con una bella citazione di Joseph Conrad:
Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà – per se stesso, non per gli altri – ciò che nessun altro potrà mai conoscere.
Chi si occupa di organizzazioni conosce sicuramente il termine “Kaizen” che deriva da una concezione orientale di miglioramento continuo del proprio operato (precisiamo però che prima ancora di essere applicato alla filosofia organizzativa deriva dallo Zen e dai principi classici della filosofia orientale). E chi segue questo blog sa bene che amo prendere concetti della filosofia orientale per applicarli al mondo lavorativo.
Ma che cos’è il Kaizen esattamente?
Come si legge su Wikipedia:
Il Kaizen è una metodologia giapponese di miglioramento continuo, passo a passo, che coinvolge l’intera struttura aziendale. Il termine Kaizen, infatti, è la composizione di due termini giapponesi: KAI (cambiamento) e ZEN (meglio). Il kaizen si connette con concetti come il Total Quality Management (TQM – Gestione della qualità totale), il Just In Time (JIT – abbattimento delle scorte), il kanban (metodo per la reintegrazione costante delle materie prime e dei semilavorati).
Il kaizen, presentato inizialmente dalla Toyota e applicato sempre più in tutto il mondo, si basa sul principio che detta le fondamenta di questa ‘filosofia’: “L’energia viene dal basso”, ovvero sulla comprensione che il risultato in un’impresa non viene raggiunto dal management, ma dal lavoro diretto sul prodotto. Il management assume dunque una nuova funzione, non tanto legato alla gestione gerarchica quanto al supporto dei diretti coinvolti nella produzione.
Al di là del concetto in sé che è stato applicato al processo della catena di montaggio ciò che penso sia interessante sottolineare è la filosofia che sta alla base dell’approccio. Innovare in modo continuo, programmato e non programmato rappresenta la chiave per lo sviluppo di organizzazioni competitive e in grado di evolversi in modo dinamico adattandosi al futuro e al presente.
Ecco un video molto divertente e interessante di come viene gestita l’innovazione e l’approvazione di nuove idee all’interno di Google.
Compagnie come Google, Apple, Starbucks e altri grandi brand che sappiamo essere riconosciuti come esempi mondiali di leader dell’innovazione hanno giocato questa carta come una delle fondamentali nella determinazione del proprio profilo che ormai è divenuto quasi sinonimo della stessa parola innovazione.
Le azioni della Apple sono in crescita costante da anni ormai – con piccole parentesi negative in corrispondenza dei problemi di salute di Jobs – perchè le persone sono convinte che Apple continuerà a innovare e a offrire prodotti sempre migliori.
Innovazione però, intesa non solo come miglioramento costante del prodotto ma anche come forza motrice in grado di aprire nuovi mercati e nuove ispirazioni per l’organizzazione, un’innovazione – come si dice in gergo – Disruptive.
Ecco un video di Luke Williams (Frog Design) proprio sulla Disruptive Innovation preso dal Frontiers of Interaction dell’anno scorso (2010):
In chiusura mi piace ricordare anche un altro termine molto interessante della Filosofia Zen e della cultura orientale, che spesso si ritrova anche nelle arte marziali tradizionali e che credo che le organizzazioni del futuro, i manager e tutti coloro che intendono rapportarsi al Social Business largamente inteso debbano tenere presente.
Shoshin è la pronuncia in giapponese dei caratteri cinesi a loro volta resa in lingua cinese dei termini sanscritinava-yna-sa prasthita e anche prathama-citta che indicano la mente del novizio buddhista, ovvero la mente che ‘decide’ di iniziare la pratica religiosa buddhista.
In particolare, nel Buddhismo Zen viene inteso come “Mente del principiante” riferendosi al possedere un atteggiamento di apertura, determinazione, passione e assenza di preconcetti quando si studia una materia, anche quando si studia ad un livello avanzato, proprio come farebbe un principiante. Il termine è anche utilizzato nelle arti marziali giapponesi.
Questa termine fu spesso utilizzato dal maestro buddhista giapponese di scuola Soto Zen, Shunryu Suzuki (1904-1971) e posto a titolo di una sua opera, largamente diffusa in Occidente, Zen Mind, Beginner’s Mind, che riflette il suo tipico insegnamento sulla pratica Zen: «Nella mente del principiante vi sono molte possibilità, nella mente dell’esperto solo alcune.»
Lo avevamo intervistato a Maggio prima dell’inizio del Social Business Forum (qui il post http://www.sociallearning.it/la-rete-e-lapprendimento-a-tu-per-tu-con-geor) e ci aveva fornito interessanti spunti per riflettere sui temi di questo blog, a partire dai processi di apprendimento e di gestione della conoscenza all’interno di un mondo interconnesso.
Stiamo parlando di George Siemens che in occasione appunto del Forum del 2011 ha fornito interessanti riflessioni circa l’utilizzo di possibili tecniche analitiche per comprendere e valutare la conoscenza nelle organizzazioni.
Ecco il video del suo speech:
Ecco alcuni dei punti che Siemens ha bene messo in luce nel video e sui quali vale la pena spendere qualche riflessione:
Comprendere realmente l’organizzazione significa comprenderne i flussi informativi, di conoscenza e gli scambi formali e informali che avvengono al suo interno. Come aveva già detto nell’intervista del mese scorso, le nostre società sono società basate sull’informazione, e l’informazione è ciò che più di ogni altra cosa caratterizza l’essere umano.
I dati stanno assumendo un’importanza fondamentale: rappresentano la moneta di scambio del presente e del futuro e ciò attorno al quale si caratterizza e costruisce la nostra società. I dati sono ovunque: li abbiamo nelle nostre tasche, nei nostri telefoni, ce li portiamo costantemente dietro e non possiamo fare a meno di utilizzarli, di interagire con loro. “Everything is data”.
La tecnologia denominata Internet of Things sta crescendo e ci obbliga a pensare ai dati in modo differente e a dar loro l’importanza che non sempre hanno ricevuto. L’Università della California (San Diego) in una recente ricerca ha analizzato come le persone in america consumino quotidianamente una quantità di dati pari a circa 45Gb.
Il sistema sanitario – giusto per fare un esempio – potrebbe trarre un beneficio enorme dall’analisi dei dati e sarebbe in grado di prevenire le epidemie, i virus e comprendere chi siano le persone a rischio di malattia, semplicemente dall’analisi dei social media. Attraverso l’analisi dello stream di Twitter sarebbero – infatti – in grado di stabilire l’attività fisica di una persona, la sua dieta e tracciare un profilo più o meno complesso del soggetto. Questo tipo di attività permetterebbe di risparmiare milioni di dollari al sistema sanitario americano semplicemente attraverso un’analsi automatizzata dei dati.
Il tema della privacy è molto sentito, e rappresenta sempre un punto di discussione molto importante, ma tutte queste sperimentazioni si basano sulla condivisione di dati pubblici che le persone sono consapevoli essere alla portata di tutti. Nessuna violazione viene commessa per l’accesso a questi dati.
Twitter è un metodo – secondo una recente ricerca – per determinare, con un’accuratezza di circa l’80%, l’andamento dei titoli in borsa. I nostri dati pubblici, i nostri post, i nostri tweet rivelano le nostre intenzioni più di ogni altra cosa e ci dicono – sapendoli analizzare – molto più di quanto non si possa pensare ad una prima occhiata.
All’interno delle reti sociali non è importante la quantità delle informazioni che inseriamo (su Facebook per esempio non conta se non mettiamo tutte le ifnormazioni che ci vengono richieste) perché sono le persone con cui ci connettiamo che rivelano chi siamo. E’ la qualità e la quantità di relazioni che intratteniamo con gli altri soggetti all’interno delle reti sociali che definisce il nostro profilo.
La SNA – per quanto sia una metodologia non recentissima – ha un’importanza fondamentale nell’analisi dell’organizzazione per comprendere lo scambio dei flussi di conoscenza e la gestione delle relazioni. Ma il vero lavoro è dare un significato alle informazioni che vengono mostrate dalla SNA.
In un interessante speech tenuto al TEDx di Tokyo nel 2011, Garr Reynolds, l’autore di Presentation Zen (http://www.presentationzen.com/presentationzen/2011/06/be-like-the-bamboo.html) ha illustrato a un’affascinata platea 10 lezioni che ha imparato dalla natura, nello specifico dalla pianta di bamboo.
Ecco il video del suo intervento:
Qui il summary preso dal suo blog ufficiale:
(1) Remember: What looks weak is strong The body of even the largest type of bamboo is not large compared to the other much larger trees in the forest. But the plants endure cold winters and extremely hot summers and are some times the only trees left standing in the aftermath of a storm. Remember the words of a great Jedi Master: “Size matters not. Look at me. Judge me by my size do you?” We must be careful not to underestimate others or ourselves based only on old notions of what is weak and what is strong. You do not have to be big and imposing to be strong. You may not be from the biggest company or the product of the most famous school, but like the bamboo, stand tall, believe in your own strengths, and know that you are as strong as you need to be. Remember too that there is strength in the light, in openness and transparency. There is strength in kindness, compassion, and cooperation.(2) Bend but don’t break. One of the most impressive things about the bamboo is how it sways with the breeze. This gentle swaying movement is a symbol of humility. The foundation of the bamboo is solid, yet it moves and sways harmoniously with the wind, never fighting against it. In time, even the strongest wind tires itself out, but the bamboo remains standing tall and still. A bend-but-don’t-break or go-with-the-natural-flow attitude is one of the secrets for success whether we’re talking about bamboo trees, answering tough questions in a Q&A session, or just dealing with the everyday vagaries of life.
(3) Be deeply rooted yet flexible The bamboo is remarkable for its incredible flexibility. This flexibility is made possible in part due to the bamboo’s complex root structure which is said to make the ground around a bamboo forest very stable. Roots are important, yet in an increasingly mobile world many individuals and families do not take the time or effort to establish roots in their own communities. The challenge, then, for many of us is to remain the mobile, flexible, international travelers and busy professionals that we are while at the same time making the effort and taking the time to become involved and deeply rooted in the local community right outside our door.
(4) Slow down your busy mind We have far more information available than ever before and most of us live at a very fast pace. Even if most of our work life is on-line, life itself can seem quite hectic, and at times chaotic. Often it is difficult to see the signal through all the noise. In this kind of environment, it seems all the more important to take the time to slow down, to calm your busy mind so that you may see things more clearly.
(5) Be always ready As the great Aikido master Kensho Furuya says in Kodo: Ancient Ways, “The warrior, like bamboo, is ever ready for action.” In presentation or other professional activities too, through training and practice we can develop in our own way a state of being ever ready. Through study and practice we can at least do our best to be ready for any situation.
(6) Find wisdom in emptiness It is said that in order to learn, the first step is to empty ourselves of our preconceived notions. One can not fill a cup which is already full. The hollow insides of the bamboo reminds us that we are often too full of ourselves and our own conclusions; we have no space for anything else. In order to receive knowledge and wisdom from both nature and people, we have to be open to that which is new and different. When you empty your mind of your prejudices and pride and fear, you become open to the possibilities.
(7) Commit yourself to growth & renewal Bamboo are among the fastest-growing plants in the world. It does not matter who you are — or where you are — today, you have amazing potential for growth. We usually speak of Kaizen or continuous improvement that is more steady and incremental, where big leaps and bounds are not necessary. Yet even with a commitment to continuous learning and improvement, our growth — like the growth of the bamboo — can be quite remarkable when we look back at what or where we used to be. You may at times become discouraged and feel that you are not improving at all. Do not be discouraged by what you perceive as your lack of growth or improvement. If you have not given up, then you are growing, you just may not see it until much later. How fast or how slow is not our main concern, only that we’re moving forward.
(8) Express usefulness through simplicity Aikido master Kensho Furuya says that “The bamboo in its simplicity expresses its usefulness. Man should do the same.” Indeed, we spend a lot of our time trying to show how smart we are, perhaps to convince others — and ourselves — that we are worthy of their attention and praise. Often we complicate the simple to impress and we fail to simplify the complex out of fear that others may know what we know. Life and work are complicated enough without our interjecting the superfluous. If we could lose our fear, perhaps we could be more creative and find simpler solutions to even complex problems that ultimately provide the greatest usefulness for our audiences, customers, patients, or students.
(9) Unleash your power to spring back Bamboo is a symbol of good luck and one of the symbols of the New Year celebrations in Japan. The important image of snow-covered bamboo represents the ability to spring back after experiencing adversity. In winter the heavy snow bends the bamboo back and back until one day the snow becomes too heavy, begins to fall, and the bamboo snaps back up tall again, brushing aside all the snow. The bamboo endured the heavy burden of the snow, but in the end it had to power to spring back as if to say “I will not be defeated.”
(10) Smile, laugh, play The Kanji (Chinese character) for smile or laugh is ??????. At the top of this character are two small symbols for bamboo (??? or take). It is said that bamboo has a strong association with laughter, perhaps because of the sound that the bamboo leaves make on a windy day. If you use your imagination I guess it does sound a bit like the forest laughing; it is a soothing sound. Bamboo itself also has a connection with playfulness as it has been used for generations in traditional Japanese kite making and in arts and crafts such as traditional doll making. We have known
intuitively for generations of the importance of smiling, laughing, and playing, now modern science shows evidence that these elements play a real and important role in one’s mental and physical health as well.
Ma che cosa c’entra tutto questo con il Social Business? Con il Social Learning? Con i temi di questo blog e – più in generale – con l’organizzazione del futuro?
A mio avviso, c’entra – eccome.
Credo che la lezione di Garr non sia da applicarsi solamente alla nostra vita ma possa essere – senza troppo problemi – adattata anche al nostro modo di lavorare e, nello specifico, all’organizzazione del futuro.
Non è un caso che grandi scrittori e analisti organizzativi del presente e del passato (Capra, Schein, Bauman, Weick, Senge, Varela…) hanno tutti avvicinato le organizzazioni ai sistemi viventi notando – appunto – come le aziende maggiormente resilienti, innovative, adattive, in continua ridefinizione e in grado di sopravvivere meglio al mercato e alle difficoltà poste dall’esterno siano quelle che rispondono a quei concetti che Garr ha messo in evidenza.
Le organizzazioni del futuro sono quindi quelle in grado di reagire dinamicamente in modo anche imprevedibile, comportandosi come i sistemi viventi che per loro stessa natura sono in continua evoluzione e ridefinizione. Niente di nuovo sotto il sole per molti, ma credo che nel nostro paese questi concetti rimangano ancora molto aleatori e difficilmente applicabili, non per mancanza di inventiva o di voglia di fare ma credo più che altro per comprensione e cultura. Immersi in uno schema ancora rigidamente separatista che vede l’organizzazione come un qualcosa di completamente staccato dall’ecosistema in cui è immersa.
Non dimentichiamoci che tra i principi del Social Business ritornano proprio questi concetti.
Come Emanuele Quintarelli aveva scritto in un vecchio ma interessantissimo post sulla definizione di Social Business (http://www.socialenterprise.it/index.php/2010/11/18/verso-il-social-business/) ciò che viene a prendere di senso in questo nuovo modello è la tradizionale separazione manichea tra dentro e fuori l’organizzazione, un’azienda che è maggiormente reattiva e che si mette al servizio delle persone quindi, che segue il flusso. Esattamente come il bamboo.
Si tratta prima di tutto di ridefinire se stessi e cambiare le prorpie modalità e le proprie regole, si tratta, in una parola: di evolversi.
Per concludere, sempre rimanendo in tema di cultura orientale e giapponese nello specifico, forse non tutti sanno che la parola “Crisi” in Giappone è espressa con un ideogramma che ha la duplice valenza di “pericolo” e “opportunità”: forse una delle lezioni più interessanti per il mondo del lavoro del domani può arrivare proprio da un’umile pianta.
Digital thought leader. Professor. Eternal student. Holds a dual bachelor’s degree in learning processes and neuroscience and an MSc in education. Karatedō master. Ph.D. in Psychology. Book author.
Partner in Deloitte Consulting - Organization Transformation | Human Capital.
Stefano led the Digital and Future of Work solution within EY andwas responsible for wavespace Italy: innovative and collaborative hubs for transformative experience design.
He is a professor for diverse business schools and universities (MIP – Politecnico di Milano, UniversitàCattolicadiMilano, Sole24Ore Business School) about social and digital media use to heighten business outcomes.
Stefano has a master’s degree in long-life education, and a bachelor’s in learningprocesses achieved with a thesis on how to use social networks within companies to generate significant learning (awarded by TIM Working Capital as one of the most innovative Italian projects in 2010). He was also a visiting student at UCLA in 2011. In 2016 has started a bachelor’s in psychology and neuroscience for a second degree completed in 2018. He holds a Ph.D. in Psychology on PositiveInnovationNetworks to study the impact of networked flow on innovation.
He has also published many online and offline studies (including HarvardBusinessReview) a book about video games and gamification, one on Collaborative Organization with EGEA in 2018, and two in 2021 on Digital Transformation and the Future of Work with Hoepli.