Ho dedicato gli ultimi mesi alla scrittura di un libro dedicato ai giochi e ai videogiochi e a come il loro utilizzo possa essere utile a differenti livelli, in particolar modo sul versante educativo e familiare. Il volume sarà disponibile tra qualche settimana ed è scritto in collaborazione con altre due persone con cui lavoro presso lo S.P.A.E.E. (http://www.unicatt.it/spaee/ – Lorenzo Romeo e la docente di psicologia dell’apprendimento Manuela Cantoia).
Ecco un link al volume – http://www.hoepli.it/libro/figli-videogiochi–istruzioni-per-l-uso/9788835026…

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I videogiochi – e più in generale l’universo ludico – rappresentano un punto di forte interesse e pensare che essi siano considerabili solo come perdite di tempo o spazi di svago è un’analisi molto superficiale.
Di recente sono entrato in contatto anche con il concetto di Gamification che Stefano Mizzella spiega molto molto bene in questo ottimo post (http://www.socialmediascape.org/gamification-le-dinamiche-di-gioco-al-servizi…. Come descritto all’interno del post riportando un whitepaper di BunchBall:

La gamification applica le meccaniche di gioco ad attività non ludiche per modificare il comportamento delle persone. Se usato in ambito commerciale, il termine gamification si riferisce al processo che mira ad integrare le dinamiche di gioco (e le meccaniche di gioco) in siti web, servizi commerciali, community online, portali di contenuto o campagne marketing per stimolare la partecipazione e il coinvolgimento.

Entrando poi più nello specifico si fa riferimento a due livelli di analisi: meccaniche e dinamiche.
In realtà su questo punto non concordo molto con quanto affermato. L’analisi di un prodotto videoludico è qualcosa di estremamente complesso, il tentativo di applicare queste logiche a processi di business (che è poi lo scopo della gamification) penso lo sia ancora di più.
L’universo che si incontra quando si parla di videogiochi o di logiche “giocose” è assai variegato e include tutta una serie di prodotti e di ambientazioni (più in generale possiamo parlare di “situazioni”) anche molto differenti tra loro.
In questo senso penso che un modello come quello proposta debba essere integrato con un livello di lettura superiore.

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Lo schema riportato è stato realizzato partendo dai lavori e dagli studi di alcuni ricercatori che hanno analizzato i videogame in tutta la loro complessità (Per maggiori informazioni: MDA: a Formal Approach to Game Design and Game ResearchRobin Hunicke, Marc LeBlanc, Robert Zubeck).
Cerchiamo di spiegare i differenti livelli di analisi:

  • Meccaniche: sono le varie azioni, i comportamenti e i meccanismi di controllo che i videogiocatori (per esempio in un gioco di carte le meccaniche includono: il mescolare il mazzo, il distribuire le carte, ma anche lo scommettere – dal quale possono emergere dinamiche come il bluff). Un tema molto importante a questo livello è quello dell’interfaccia. E’ diverso giocare a un videogame o partecipare a un social game via iPhone o via Web browser, esattamente come è profondamente differente sperimentare il medesimo gioco magari uno sparatutto attraverso tastiera e mouse o attraverso uno specifico controller/joypad.
  • Dinamiche: le dinamiche si appoggiano alle meccaniche, l’esempio delle carte utilizzato fa ben comprendere a che livello esse si collochino. Le dinamiche contribuiscono alla creazione dell’esperienza estetica all’interno di un videogioco. Il senso di sfida per esempio può essere facilitato – o addirittura incoraggiato – da elementi come scadenze precise, o un orologio che scandisce i tempi necessari a svolgere una determinata azione. Sono un esempio classico nei videogiochi i pannelli di informazione che forniscono costanti feedback sullo stato del personaggio.
  • Estetiche: il livello finale è quello dell’estetica che gli autori del modello introducono al fine di rendere più espliciti i processi che entrano in gioco quando si sta giocando. all’interno delle estetiche rientrano una serie di aspetti che sono da considerarsi come esplicativi dello stesso livello di interpretazione, ma non esaustivi. Essi sono: le sensazioni, riferite al come si sente il giocatore all’interno dell’ambiente di gioco; le fantasie che vengono chiamate in gioco assieme al sistema di credenze che un gioco può modificare; le narrative, le sfide, l’amicizia e la compagnia, intendendo il videogame come uno spazio per la re-interpretazione degli spazi sociali e di condivisione (in questo senso basti pensare alle piattaforme che sviluppano giochi per i Social Network, in cui dinamiche e meccaniche di gioco sono assolutamente secondarie rispetto ala preponderanza dell’esperienza di condivisione costante); scoperta; espressione e molto altro.

Il mio intento non vuole chiaramente essere quello a “giocare” a chi inventa più livelli di interpretazione, ma semplicemente quello di mettere in luce un ulteriore piano di comprensione che ritengo assolutamente indispensabile per analizzare la complessità dell’oggetto di discussione.
Sono convinto che il prossimo futuro venga coinvolto sempre in modo più consistente in riflessioni di questo tipo e che da dinamiche e meccaniche ludiche partiranno moltissime rivoluzioni in grado di cambiare le modalità con cui oggi lavoriamo, studiamo, impariamo e ci relazioniamo con gli altri.

 

Chiudo con un bellissimo speech (come sempre del TED) di Jane McGonigal su come i giochi possono rendere migliore il mondo in cui viviamo:

 

Uno dei motivi per cui è nato questo spazio di discussione (e non servono grosse illuminazioni per comprenderlo) è quello di fornire – o perlomeno tentare di farlo – delle linee guida per comprendere il cambiamento di paradigmi che stiamo vivendo in questo periodo caratterizzato, tra le altre cose, da grandi rivoluzioni tecnologiche. Queste rivoluzioni hanno innegabilmente un influsso sui processi di apprendimento e sul modo in cui organizziamo la nostra conoscenza. E’ da qualche mese che per definire questi cambiamenti si comincia a utilizzare il termine Social Learning.

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Ma che cosa significa il termine Social Learning? Di sicuro definirlo non è cosa semplice, considerando che si tratta di un costrutto nuovo e di una metafora nuova nel mondo dell’apprendimento e della formazione. Quello che è certo è che – perlomeno per come lo intendo io – NON è la semplice applicazione dei media sociali all’interno di contesti educativi e formativi. Penso che prima di tutto sia un cambiamento culturale e un nuovo modo di fare e di imparare che – tra le altre cose – passa anche (ma non solo, attenzione!) per i media sociali. A tal proposito cito alcune definizioni che possono essere utili a far capire meglio il concetto per come è inteso. Il primo è George Siemens dell’Università di Manitoba che a proposito della gestione della conoscenza e dei processi di apprendimento scriveva già tempo fa:

To know today means to be connected. Knowledge moves too fast for learning to be only a product.We used to acquire knowledge by bringing it close to ourselves.We were said to possess it – to have it exist in our heads.We can no longer seek to possess all needed knowledge personally.We must store it in our friends or within technology.

Anche un post recente di Tiffany Fary (http://socialmediatoday.com/janetclarey/272493/social-learning-vs-communities… lo definisce come:

Social Learning – Learning by observing, conversing, or questioning. This can take place in an informal or formal setting and sometimes may even occur without the learner realizing that learning is taking place or without making a conscious decision to learn. It’s organic and usually unorganized. Social Learning is more focused on the needs of the individual. In social learning, a participant might ask “What do *I* need to know and who knows how to answer this quickly?” Knowledge is primarily consumed or pulled from experts.

Anche il blog di Harold Jarche (http://www.jarche.com/2010/11/learning-socially/) raccoglie interessanti citazioni e approfondimenti sul Social Learning e sul cambiamento dei paradigmi formativi. Tra quelle che mi sono piaciute di più ne riporto due:

In a fundamental way, all work is about learning: it is about learning to fit in and to collaborate, about learning to take initiative when appropriate, it is about really understanding customers, about acquiring intimate knowledge of the products and services the company sells and how they can fit into customers’ lives. Acknowledged as such or not, learning has to be an integral part of work. But, somehow, integrated [work+learning] activities have become split into the separate spheres of [work] and  [training] which have come to be dominated by quite different interests. This weekend, I was struck by a logic stick.  If all learning is social, is all social learning?  We know this is not automatically so, learned that in the intro to Logic, Sets and Numbers (an actual college course I took in the 70’s).  But when we engage in a social setting, online or offline, are we ever not learning?  Let’s add in a third statement: we are constantly learning.  Even while asleep, some research indicates, the brain assembles and makes sense of what it experienced that day.  There isn’t a time when our brains aren’t rewiring themselves based on input from our environment.

Sempre Jarche nel suo blog analizza il passaggio dell’industria dalla semplicità alla complessità e propone alcuni livelli interpretativi a seconda del contesto a cui si fa riferimento:   

Simplicity Complication Complexity
Organizational Theory Knowledge-Based View Learning Organization Value Networks
Attractors Stakeholders (vision) Shareholders (wealth) Clients (service)
Growth Model Internal Mergers & Acquisitions Ecosystem
Knowledge Acquisition Formal Training Performance Support Social
Knowledge Capitalization Best Practices Good Practices Emergent Practices

Posti questi livelli di interpretazione come è possibile implementare il Social Learning – o un modello del genere – all’interno di un’organizzazione moderna. Sempre il medesimo post fornisce alcune indicazioni a riguardo circa alcuni cardini fondamentali:

  • Ascolto e creazione: essere aperti all’autonomia e all’apprendimento auto-diretto è la base per la maturazione della conoscenza individuale. La ricerca di senso passa attraverso i cosiddetti PLE (Personal Learning Environments) e PKM (Personal Knowledge Management). Il primo step del Social Learning sarà quindi proprio quello di partire dall’ascolto (proprio come una buona strategia di Social Media Marketing): nel tentativo di raccogliere le fonti autorevoli, le persone giuste e ascoltare, capire ciò che stanno facendo.
  • Conversazione: condividere è un atto di grande importanza per un paradigma di apprendimento sociale. Attraverso conversazioni di valore sostenute con persone di fiducia possiamo condividere la conoscenza e permettere all’organizzazione – a noi stessi – una crescita maggiore. L’engagement come secondo passo fondamentale (anche in questo caso ritorna il parallelismo con il SMM)
  • Co-Creazione: nessun uomo è un’isola: un team in casi come questi ragiona spesso molto meglio di un singolo individuo. (a proposito di questo abbiamo già visto il ruolo della collaborazione all’interno dei processi innovativi)
  • Formalizzaz ione e condivisione: tracciare e documentare i processi di apprendimento e di creazione che sono avvenuti è sempre una buona pratica. Lasciare una traccia di quello che si è imparato e verbalizzare ciò su cui si sta riflettendo è sempre un’ottima pratica per fissare al meglio ciò che stiamo cercando di imparare o ciò su cui stiamo riflettendo

Riporto anche un paio di citazioni dal post che mi sembrano interessanti:

Mike McDermott (T Rowe Price): “I think the impact of social learning will dramatically increase in the future, in a number of ways, both internally with our associates and externally with our clients.” Karie Willyerd (Sun Microsystems): “we see the death of newspapers … the same thing is going to happen with learning functions and training materials … if we don’t learn how to publish with social media … through social learning.” Walt McFarland (Booz Allen Hamilton): “The environment is going to demand it [social learning]. The problems are just tougher and they’re too big for any one consultant or any consulting team” Rebecca Ferguson (Open University): “Social Learning happens when people: clarify their intention – learning rather than browsing; ground their learning – by defining their question or problem; engage in focused conversations – increasing their understanding of the available resources.

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Personalmente sono convinto che il Social Learning sia la somma di differenti elementi che entrano in gioco contemporaneamente. Come mostrato in figura – e come abbiamo esplicitato parlando di Connected Knowledge – questi elementi sono: la tecnologia, le persone con i loro rapporti formali e informali e il contesto nel quale ci si muove (sia a livello micro sia a livello macro, società e organizzazioni). Provando a dare una definizione chiara e sintetica credo che possa essere definito come un fenomeno emergente che origina a partire dalle reti di conoscenza (knowledge networks) e dai flussi di valore siano essi formali o informali. Chiudo con un video molto carino dedicato al tema.

Un video interessante di Jason Fried al TED parla di come mai il lavoro non accada al lavoro. Del perchè cioè le persone non riescano a lavorare sul posto di lavoro (anche se questo è progettato apposta per quell’obiettivo) e del perchè preferiscano lavorare in posti come casa propria, affermando di essere maggiormente distratti al lavoro rispetto che nell’ambiente domestico.

L’approccio di Fried è sicuramente provocatorio e fuori dagli schemi – come abbastanza tipico degli speech del TED, ma credo che dia occasione per riflettere su alcuni punti interessanti che riguardano i nuovi modelli di lavoro che oggi divengono sempre più frequenti e necessari.
Egli sostiene che le distrazioni principali sul posto di lavoro vengano da quelli che lui definisce M&M = i manager e i meetings, ovvero i capi e le riunioni. I problemi verrebbero appunto dalle distrazioni che sono imposte (e non scelte) di questi due eventi spesso combinati che forzano nell’interruzione di ciò che si sta facendo. Fried sostiene che queste interruzioni involontarie siano molto più dannose sul posto di lavoro rispetto – per esempio – all’utilizzo dei Social Media che egli paragona alla pausa sigaretta, una distrazione volontaria che viene scelta da chi sta lavorando per rilassarsi e distrarsi. Louis Suarez, in un articolo interessante del suo blog approfondisce questi concetti e ipotizza un modello di lavoro senza le riunioni [ http://www.elsua.net/2010/12/03/why-work-doesnt-happen-at-work-a-world-without-meetings/ ]
A sostegno di questa ipotesi potremmo portare anche l’esempio della teoria del Flow e dell’esperienza ottimale, che come abbiamo visto più volte, richiede una concentrazione che non può essere interrotta.
Fried propone poi tre strategie per arrestare questo fenomeno e fare in modo che le persone lavorino veramente sul posto di lavoro:

  1. Pianificare momenti di silenzio sul posto di lavoro. Momenti in cui nessuno può interrompere gli altri mentre stanno lavorando. Per esempio: un giorno a settimana in cui non si può parlare, un pomeriggio, un giorno al mese e via dicendo.
  2. Promuovere il passaggio a tool passivi: l’utilizzo di IM anziché l’interruzione diretta, chat e software come Skype possono aiutare. Anziché l’interruzione verbale diretta questi strumenti di comunicazione permettono di scegliere il momento in cui si vuole essere interrotti, permettendo quindi al lavoratore di scegliere come gestire i flussi di lavoro in modo assolutamente autonomo.
  3. Se sei invitato a un meeting o lo stai programmando, semplicemente cancellalo.

Come vedete si tratta di consigli abbastanza distruptive che sono difficilmente conciliabili con le logiche del lavoro di oggi. Ma è proprio un radicale cambiamento di pensiero quello che propone Fried.
Su questo tema ho letto anche un interessante post del buon Mario Gastaldi sul suo interessante blog in cui proponeva altre soluzioni integrative e aiutava a contestualizzare il tutto in un’ottica maggiormente applicabile [ http://mariogastaldi.com/2010/12/06/work-doesnt-happen-at-work-how-do-you-care/ ]

  1. People work collaboratively because they communicate somehow. Focus should be much more on how and when, and with which goal in mind you plan a meeting. So managers should focus on their ability to organize meaningful meetings.
  2. People achieve results, together, because of the quality of relationships they have, and the sense they can make of what happens. There have to be circumstances in which people meet, reach common understanding, make sense of what they do, (or don’t do), and ties strengthen. Yes, all this happens when people spend time with colleagues and have focused conversations about work.
  3. While Jason does make a point when he laughs about managers banning the use of social media, (stupid rules he implies), at the same time he promotes other bans (no use of tools of communication tools that interrupt;  no-talk days). Stupid rules?
  4. Most of the work gets done collaboratively thanks to the informal flow of interactions that take place. So, to some extent, interruptions could be worthwhile. Let people decide when, and by whom they wish to be interrupted, as long as they accomplish what they are accountable for.
  5. Managers should grow people’s ability to make choices. It is much more valuable promoting a culture that allows people to choose to take part in meetings depending on priorities they are capable to set. Same goes for interruptions.
  6. I do value the idea of promoting asynchronous collaboration: it makes work flow faster and allows people to choose when to do what.
  7. Managers should focus on their own capability to choose if, when, how to plan meetings.
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Personalmente mi trovo d’accordo con Mario nella scelta di questi punti e credo che il lavoro ideale in cui manager e dipendenti siano contenti e soddisfatti allo stesso modo si possa ottenere con un giusto equilibrio tra tutti i fattori. I meeting e le interruzioni si possono difficilmente cancellare, ma il limitare all’essenziale, il semplificare, il rendere tutto più a misura d’uomo è sicuramente qualcosa che andrebbe incoraggiato, auspicato e applicato.
Mi piace con
cludere il tutto con un bel detto Zen che trovo particolarmente indicato.

Chi è maestro nell’arte del vivere distingue poco fra il suo lavoro e il suo tempo libero. Persegue semplicemente la sua visione d’eccellenza in qualunque cosa egli faccia lasciando agli altri decidere se sta lavorando o giocando.

Uno dei trend che sto seguendo con maggiore attenzione in questo ultimo periodo è quello dell’Augmented Reality: la Realtà Aumentata è la sovrapposizione di un layer digitale di informazioni alla realtà fisica. Attraverso device molto semplici, che possono essere un comune cellulare o una semplice webcam, è possibile avere accesso a una serie di contenuti aggiuntivi che arricchiscono l’esperienza dell’utente e rendono più semplice la conoscenza di ciò che ci circonda.
Un’ibridazione che ritengo molto interessante (e da monitorare con attenzione) è quella che vede l’applicazione dell’AR ai libri di testo.

Un eccellente esempio che chiarifica ciò che stiamo dicendo è visibile nell’ottimo lavoro di Martin Kovacovsky che ha realizzato una versione in AR della celebre storia Dr Jekyll e Mr Hide.
Qui un video di esempio:

Maggiori informazioni sono disponibili anche sul suo sito ufficiale (http://martinkovacovsky.ch/jekyll-hyde). Si tratta di un’idea molto semplice, di pratica realizzazione (basti pensare che con il semplice utilizzo di QR Code è possibile ottenere un risultato simile), ma di sicura efficacia.

L’AR – a mio avviso – può diventare uno strumento eccellente per veicolare contenuti interattivi, chiari e creare il giusto coinvolgimento che sembra rappresentare il vero problema dell’educazione di oggi, soprattutto nelle scuole. Non si tratta di stravolgere i modelli che già conosciamo ma – piuttosto – di “aumentare” (appunto) le strategie che già mettiamo in atto. Come affermano anche le ricerche di Myer in questo senso l’apprendimento può essere maggiormente efficace se gli stessi contenuti vengono veicolati sfruttando una multicanalità e l’impiego di codici differenti, inoltre il livello di interazione superiore che è consentito da queste tecnologie permette di entrare in relazione con gli elementi narrativi e di creare una modellizzazione più semplice di ciò che si sta cercando di apprendere. Non ultimo, attraverso l’AR è possibile sperimentare nel concreto e in tempi molto rapidi, contenendo i costi, i concetti teorici appresi.

L’applicazione di questa tecnologia ai campi dell’apprendimento è molto vasta e credo sia utile approfondirne lo studio. Nei prossimi post proverò a indagare il confine e i rapporti reciproci tra AR e processi di apprendimento con particolare attenzione ai risvolti pratici.

Quello che più amo del TED è la brevità e il livello di profondità che gli speaker riescono a toccare in discorsi avvincenti, divertenti e soprattutto interessantissimi. Sir Ken Robinson (http://sirkenrobinson.com/skr/), considerato uno dei guru moderni a proposito di Educazione e Creatività in un suo speech – molto noto e molto visto – del 2006 ha sostenuto le ragioni per cui, secondo lui insegnare la creatività è altrettanto importante dell’insegnare l’alfabetizzazione. Inoltre ha insistito parecchio su come le moderne organizzazioni che si occupano dell’educazione dei giovani (scuole in primis) non siano adatte allo sviluppo della creatività e dell’innovazione, ma anzi rappresentino vere e proprie “prigioni mentali” per i giovani.
Ecco il video:

Il discorso è chiaramente molto molto provocatorio ma penso metta in luce un tema altrettanto interessante.
Tra le varie cose che emergono, secondo me, merita una menzione speciale l’importanza di fallire. In America, giusto per citare un esempio, di recente si è cominciato a finanziare solo startup di persone che avesero già sperimentato fallimenti. Questo non perchè i venture capitalist siano totalmente impazziti e abbiano intenzione di gettare i soldi dalle finestre dei grattacieli di Manhattan, ma perchè si è compreso il valore formativo del fallimento e l’enorme esperienza educativa che può derivarne.
(Tanto per fare un esempio ecco un post molto interessante sull’argomento – http://venturebeat.com/2009/04/29/10-lessons-from-a-failed-startup/)

Lo scorso Febbraio (2010) Robinson è tornato al TED per parlare della rivoluzione e del cambiamernto necessario che deve essere imposto al paradigma dell’apprendimento come lo conosciamo.
Ecco la sua “lezione”:

La conclusione a cui si arriva non è molto diversa da quella che la filosofia greca definisce come eu-daimonia: felicità, che puo’ essere intesa come la capacità di trovare il proprio talento e farlo fruttare al massimo delle proprie possibilità.

Vorrei tornare sull’argomento del Connettivismo e sulle – a mio avviso interessantissime – considerazioni George Siemens sui nuovi modelli di apprendimento.
Cominciamo con questo video molto interessante del TEDx (purtroppo solo in inglese) in cui Siemens parte dalla sua esperienza di vita e dal racconto della sua infanzia in Messico, durante la quale ha cominciato a pensare alla società e ai processi di apprendimento e di costruzione del sé come a processi eminentemente sociali.

Riporto di seguito alcuni punti fondamentali dell’approccio Connettivista che aiutano a chiarire meglio i termini in gioco:

  • Conoscenza e apprendimento richiedono una diversità di approcci che siano in grado di rappresentare la complessità del mondo nel quale viviamo.
  • L’apprendimento è un processo di costruzione delle reti che consiste nel connettere nodi specializzati e fonti d’informazione privilegiate.
  • La conoscenza risiede nelle reti e non nei singoli nodi.
  • La conoscenza e le informazioni possono risiedere anche in nodi “non umani” o in applicazioni e le tecnologie devono essere considerate come i facilitatori/abilitatori dei processi di apprendimento.
  • Conoscenza e apprendimento sono due processi continui e duraturi nel tempo: non devono essere considerati come mete di un percorso finito o il prodotto di un momento puntuale.
  • La capacità di apprendere e di conoscere – ad oggi – è molto più critica e molto più interessante della capacità di ricordarsi ciò che è noto o della possibilità di immagazzinare informazioni e dati.
  • La conoscenza deve essere il più possibile aggiornata e al passo con i tempi
  • L’abilità che possiamo considerare come “chiave” – al giorno d’oggi – è quella di riconoscere schemi, individuare connessioni e sviluppare network creativi che portino alla generazione di nuove prospettive e nuovi artefatti (idee, progetti, concezioni, prodotti…)
  • Il processo di Decision-Making è esso stesso apprendimento. Ciò che oggi consideriamo come veritiero, corretto e adeguato potrebbe smettere di esserlo in un futuro non troppo remoto. l’idea che deve rimanere è quella mutuata dal Web 2.0 di perpetual-beta, in cui i processi sono sottoposti a un continuo rinnovo e a una continua verifica che ne sperimenti la validità e l’efficacia.

Ricordiamoci che come dice Siemens: cambiare i nostri modelli di educazione significa cambiare la società intera.

Una delle teorie che ritengo maggiormente interessanti dal punto di vista della comprensione di come si muove – oggi – la nostra conoscenza del mondo e delle cose è quella di George Siemens (http://www.connectivism.ca). Siemens sottolinea come, nelle società in cui viviamo, la conoscenza e i processi di apprendimento muovano a partire da logiche reticolari e connesse ancor prima che da contenuti predeterminati.
Siemens afferma:

To know today means to be connected. Knowledge moves too fast for learning to be only a product. We used to acquire knowledge by bringing it close to ourselves. We were said to possess it – to have it exist in our heads. We can no longer seek to possess all needed knowledge personally. We must store it in our friends or within technology.

Conoscenza e apprendimento passerebbero dunque prima di tutto dalla rete e della condivisione.
Le informazioni non vanno considerate come contenuti statici che sono depositati nella memoria di qualcuno o in database, ma come – soprattutto – legami, reti e connessioni, dove il conoscere chi è molto più importante del conoscere il cosa.

Anche Duncan Watts nel suo Six Degrees scrive:

When solving complex problems in ambiguous environments, individuals compensate for their limited knowledge of the interdependencies between their various tasks and for their uncertainty about the future by exchanging information— knowledge, advice, expertise, and resources— with other problem-solvers within the same organization.

Provando in sintesi a tracciare una piccola “modellizzazione” di questi concetti possiamo ipotizzare uno schema come quello riportato in cui la conoscenza definita “Connected” risulta dall’interazione di più variabili specifiche:

  • Le persone: con i loro flussi di valore e le reti informali e formali che li caratterizzano.
  • La tecnologia: dimensione fondamentale in grado di garantire il contesto abilitante all’interno del quale si muove la conoscenza, ma non solo. La stessa tecnologia puo’ diventare depositaria di conoscenza e incarnare informazioni.
  • Le organizzazioni con il loro enorme patrimonio di conoscenze e pratiche cristallizzate siano esse – anche in questo caso – formali o informali.
  • La Cultura e La Società intese come insieme di norme, di credenze, di convenzioni e di abitudini in cui i soggetti sono immersi e di cui i soggetti fanno parte.
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Direi che si tratta di un orizzonte di studio molto affascinante nonché indispensabile se si vuole cercare una risposta e tentare di dare una spiegazione valida ai processi di cambiamento enormi a cui negli ultimi anni siamo stati (e siamo) sottoposti.
Infine chiudo con un interessante video di David Orban (http://www.davidorban.com/) dedicato proprio al tema della conoscenza che si diffonde tra reti, oggetti e persone. Per un mondo in cui everything knows everything