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Come l’anno scorso ho l’onore di partecipare alla tappa milanese dello Young Digital Lab, innovativa tavola rotonda al tempo dei social media composta solo da giovani consulenti.
Il tema di questo corso sarà la pianificazione della comunicazione e della strategia di business ai tempi del social web.

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Ecco il programma completo del corso che si articola su due giornate.
Qui il sito dell’evento con la locandina completa e le informazioni per la registrazione: http://www.youngdigitallab.com/eventi/corso-digital-strategy-social-media-com…

Giovedi’ 17 Novembre 2011 – Digital Strategy

  • Always on: dal social Web al social World
  • App economy e l’evoluzione di Internet
  • Web Monitoring: l’ascolto e la comprensione prima di tutto
  • Digital strategy e social media mix
  • Digital media planning: progettare gli investimenti online
  • Viral marketing: principi e tecniche
  • La gamification applicata ai modelli di business
  • 7 case history di digital marketing

Venerdi’ 18 Novembre – Social Media Communication

  • Facebook marketing dalla A alla Z
  • Social media strategy e social media management
  • Community management: problemi e rischi
  • Social Media Analytics e misurazione dei risultati
  • Social crm: dall’ascolto al coinvolgimento del cliente
  • Deals e mayors: dagli strumenti al local marketing
  • Online2Offline tra strategia, tecnologia e cultura
  • Cosa non fare: i più recenti flop

Personalmente avrò l’onore di tenere tre speech.
Nel primo speech, dedicato al web monitoring e al social media listening proverò a tracciare alcune riflessioni partendo dalla mia esperienza in alcuni progetti di web reputation che ho seguito negli ultimi 4 anni. Obiettivo dello speech sarà quello di sottolineare l’importanza della raccolta di feedback e dell’ascolto come primo – fondamentale – step per muoversi consapevolemente all’interno dei social media.
Provero’ anche a portare alcuni esempi di casi su cui stiamo lavorando qui in OpenKnowledge ( http://www.open-knowledge.it/ ).

Nel secondo speech porterò avanti il discorso parlando di Social CRM: di come – cioè – si possa passare dall’ascolto ad una strategia più ampia di coinvolgiemento dell’intero ecosistema aziendale: partner, clienti, fornitori che sia in grado di migliorare i processi di business e l’efficacia ed efficienza dell’organizzazione.
Anche in questo caso proverò a portare alcuni casi studio e best practices a livello worldwide.

Infine – ma non meno importante – parlerò della Gamification (tema di cui abbiamo già discusso in questa sede) come nuovo trend e nuova strategia per il coinvolgimento e il miglioramento dell’impresa: applicare il gioco e le meccaniche dei giochi al business è possibile? E’ possibile migliorare davvero l’organizzazione con questi strumenti? E come?

Vi lascio con un piccolo divertente video relizzato per far capire alcuni dei cambaiemnti di cui si parlerà al prossimo incontro.

Ci vediamo a Milano?

Se pensiamo alle antiche culture e ai miti che hanno sostenuto gli aspetti più nobili della nostra umanità, ci accorgiamo ben presto che non possiamo fare a meno del racconto, delle storie, delle narrative, di quelle tradizioni trasmesse oralmente che sono state determinanti per la costruzione della coscienza umana.

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Applicate al mondo moderno queste considerazioni appaiono forse antiche, ma i principi che animano lo storytelling sono ancora assolutamente vivi. Pensiamo al ruolo che i Social Media stanno avendo, hanno avuto e avranno nella nostra vita quotidiana ( proprio nei giorni scorsi l’annuncio di Facebook Timeline – http://www.facebook.com/about/timeline ): l’importanza del raccontare e dell’ascoltare – soprattutto per le aziende diventa fondamentale.

La narrativa assume oggi i controni transmediali, pervasivi, complessi che Henry Jenkins ha bene messo in vista nel suo libro Cultura Convergente e all’interno del suo blog (qui la prima parte http://henryjenkins.org/2009/12/the_revenge_of_the_origami_uni.html e qui la seconda http://henryjenkins.org/2009/12/revenge_of_the_origami_unicorn.html) e diviene più complessa da anlizzare.

Le aziende – dal canto loro – hanno cominciato a usare le narrative e lo storytelling per il marketing e per rendere maggiormente coinvolgenti le storie legate al loro brand o ai loro prodotti.
Il raccontare storie ed esperienze è una modalità coinvolgente, empatica che – se il “prodotto narrativo” è ben realizzato – ha una presa molto forte su chi guarda.
Un esempio perfetto ed eccezionale di quanto stiamo dicendo ci arriva da Canon per la promozione della sua Canon EOS 7D:

Il video mostra chiaramente la storia di un fotografo naturalista impegnato alla ricerca di scatti sempre più creativi, dinamici e di effetto. Qui il brand e il prodotto appaiono solo superficialmente in secondo piano e rappresentano – ad una più attenta analisi – i veri protagonisti della storia.

Allo stesso modo ecco un video di Toshiba per la presentazione dei suoi laboratori di innovazione e del Quantum Computing:

Qui il discorso è differente perchè il brand in questione usa gli spazi partecipativi del web e il raccontare storie per condividere alcune delle proprie metodologie legate all’innovazione. Il video fa parte di una serie definita LABCast in cui Toshiba apre le porte dei suoi laboratori di innovazione per raccontare al pubblico cosa succede al loro interno e quali tecnologie vengono sviluppate.

Infine un video di Starbucks che mostra il rapporto tra brand e suoi dipendenti:

In che modo quindi queste  modalità influenzano la nstra percezione e ci coinvolgono? Credo che sia possibile identificare alcuni fattori principali del perchè siano così efficaci:

  • coinvolgimento
  • empatia
  • narrative
  • interesse decentralizzato

Va da sé che la sfida sta sempre nel realizzare anche prodotti di qualità all’altezza per i valori che si intendono trasmettere, Tutti e tre i documentari mostrati hanno una buona qualità dell’immagine, un ritmo scorrevole e non risultano noiosi da seguire.

A livello di formazione e apprendimento – e quindi indirettamente sul Social Learning – l’utilizzo delle narrative e dello storytelling è stato largamente impiegato. La funzione pedagogica delle storie è nota da tempo e il semplice raccontare e raccontarsi ha una funzione catartica.
L’applicazione di queste logiche dovrebbe essere quindi tenuta in seria considerazione da chi intende occuparsi di questo mondo.
Come ha sostenuto George Siemens nell’intervista fatta in occasione del Social Business Forum 2011, non si tratta i inventare qualcosa di nuovo, ma semmai di tornare con più naturalezza a modalità di comunicazione e di apprendimento che ci appartengono maggiormente:

Il Social Learning non è un nuovo trend. I modelli di apprendimento come quelli corporativi delle Gilde e dell’apprendistato hanno invocato molto tempo fa quello che noi oggi chiamiamo Social Learning. Andando ancora più indietro nel tempo, i primi filosofi si appoggiavano quasi esclusivamente al Social Learning, come ci ricordano molto bene le storie che ancora si raccontano su Socrate, Platone ed Aristotele. Ciò che c’è – oggi – di veramente innovativo è la scala sulla quale possiamo essere coinvolti in un processo di Social Learning. Le tecnologie basate sul web riducono moltissime delle barriere che i discenti erano costretti ad affrontare nel passato (tempo e geografia sono solo due delle molte possibili variabili). Con lo sviluppo dei social-network e strumenti come Skype, Google Talk, i device mobili, il livello e la scala rispetto alla quale possiamo essere “social” sono aumentati in modo consistente. In questo senso il “Social Learning” è un ritorno più naturale al nostro modo di apprendere e di interagire con gli altri.

Chiudo con una citazione di Walter Benjamin:

l’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori.

Chi si occupa di organizzazioni conosce sicuramente il termine “Kaizen” che deriva da una concezione orientale di miglioramento continuo del proprio operato (precisiamo però che prima ancora di essere applicato alla filosofia organizzativa deriva dallo Zen e dai principi classici della filosofia orientale). E chi segue questo blog sa bene che amo prendere concetti della filosofia orientale per applicarli al mondo lavorativo.

Ma che cos’è il Kaizen esattamente?
Come si legge su Wikipedia:

Il Kaizen è una metodologia giapponese di miglioramento continuo, passo a passo, che coinvolge l’intera struttura aziendale. Il termine Kaizen, infatti, è la composizione di due termini giapponesi: KAI (cambiamento) e ZEN (meglio). Il kaizen si connette con concetti come il Total Quality Management (TQM – Gestione della qualità totale), il Just In Time (JIT – abbattimento delle scorte), il kanban (metodo per la reintegrazione costante delle materie prime e dei semilavorati).

Il kaizen, presentato inizialmente dalla Toyota e applicato sempre più in tutto il mondo, si basa sul principio che detta le fondamenta di questa ‘filosofia’: “L’energia viene dal basso”, ovvero sulla comprensione che il risultato in un’impresa non viene raggiunto dal management, ma dal lavoro diretto sul prodotto. Il management assume dunque una nuova funzione, non tanto legato alla gestione gerarchica quanto al supporto dei diretti coinvolti nella produzione.

Al di là del concetto in sé che è stato applicato al processo della catena di montaggio ciò che penso sia interessante sottolineare è la filosofia che sta alla base dell’approccio. Innovare in modo continuo, programmato e non programmato rappresenta la chiave per lo sviluppo di organizzazioni competitive e in grado di evolversi in modo dinamico adattandosi al futuro e al presente.
Ecco un video molto divertente e interessante di come viene gestita l’innovazione e l’approvazione di nuove idee all’interno di Google.

Compagnie come Google, Apple, Starbucks e altri grandi brand che sappiamo essere riconosciuti come esempi mondiali di leader dell’innovazione hanno giocato questa carta come una delle fondamentali nella determinazione del proprio profilo che ormai è divenuto quasi sinonimo della stessa parola innovazione.
Le azioni della Apple sono in crescita costante da anni ormai – con piccole parentesi negative in corrispondenza dei problemi di salute di Jobs – perchè le persone sono convinte che Apple continuerà a innovare e a offrire prodotti sempre migliori.

Innovazione però, intesa non solo come miglioramento costante del prodotto ma anche come forza motrice in grado di aprire nuovi mercati e nuove ispirazioni per l’organizzazione, un’innovazione – come si dice in gergo – Disruptive.
Ecco un video di Luke Williams (Frog Design) proprio sulla Disruptive Innovation preso dal Frontiers of Interaction dell’anno scorso (2010):

In chiusura mi piace ricordare anche un altro termine molto interessante della Filosofia Zen e della cultura orientale, che spesso si ritrova anche nelle arte marziali tradizionali e che credo che le organizzazioni del futuro, i manager e tutti coloro che intendono rapportarsi al Social Business largamente inteso debbano tenere presente.

Shoshin è la pronuncia in giapponese dei caratteri cinesi a loro volta resa in lingua cinese dei termini sanscriti nava-yna-sa prasthita e anche prathama-citta che indicano la mente del novizio buddhista, ovvero la mente che ‘decide’ di iniziare la pratica religiosa buddhista.

In particolare, nel Buddhismo Zen viene inteso come “Mente del principiante” riferendosi al possedere un atteggiamento di apertura, determinazione, passione e assenza di preconcetti quando si studia una materia, anche quando si studia ad un livello avanzato, proprio come farebbe un principiante. Il termine è anche utilizzato nelle arti marziali giapponesi.

Questa termine fu spesso utilizzato dal maestro buddhista giapponese di scuola Soto Zen, Shunryu Suzuki (1904-1971) e posto a titolo di una sua opera, largamente diffusa in Occidente, Zen Mind, Beginner’s Mind, che riflette il suo tipico insegnamento sulla pratica Zen: «Nella mente del principiante vi sono molte possibilità, nella mente dell’esperto solo alcune.»

Lo avevamo intervistato a Maggio prima dell’inizio del Social Business Forum (qui il post http://www.sociallearning.it/la-rete-e-lapprendimento-a-tu-per-tu-con-geor) e ci aveva fornito interessanti spunti per riflettere sui temi di questo blog, a partire dai processi di apprendimento e di gestione della conoscenza all’interno di un mondo interconnesso.
Stiamo parlando di George Siemens che in occasione appunto del Forum del 2011 ha fornito interessanti riflessioni circa l’utilizzo di possibili tecniche analitiche per comprendere e valutare la conoscenza nelle organizzazioni.

Ecco il video del suo speech:

Ecco alcuni dei punti che Siemens ha bene messo in luce nel video e sui quali vale la pena spendere qualche riflessione:

  • Comprendere realmente l’organizzazione significa comprenderne i flussi informativi, di conoscenza e gli scambi formali e informali che avvengono al suo interno. Come aveva già detto nell’intervista del mese scorso, le nostre società sono società basate sull’informazione, e l’informazione è ciò che più di ogni altra cosa caratterizza l’essere umano.
  • I dati stanno assumendo un’importanza fondamentale: rappresentano la moneta di scambio del presente e del futuro e ciò attorno al quale si caratterizza e costruisce la nostra società. I dati sono ovunque: li abbiamo nelle nostre tasche, nei nostri telefoni, ce li portiamo costantemente dietro e non possiamo fare a meno di utilizzarli, di interagire con loro. “Everything is data”.
  • La tecnologia denominata Internet of Things sta crescendo e ci obbliga a pensare ai dati in modo differente e a dar loro l’importanza che non sempre hanno ricevuto. L’Università della California (San Diego) in una recente ricerca ha analizzato come le persone in america consumino quotidianamente una quantità di dati pari a circa 45Gb.
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  • Il sistema sanitario – giusto per fare un esempio – potrebbe trarre un beneficio enorme dall’analisi dei dati e sarebbe in grado di prevenire le epidemie, i virus e comprendere chi siano le persone a rischio di malattia, semplicemente dall’analisi dei social media. Attraverso l’analisi dello stream di Twitter sarebbero – infatti –  in grado di stabilire l’attività fisica di una persona, la sua dieta e tracciare un profilo più o meno complesso del soggetto. Questo tipo di attività permetterebbe di risparmiare milioni di dollari al sistema sanitario americano semplicemente attraverso un’analsi automatizzata dei dati.
  • Il tema della privacy è molto sentito, e rappresenta sempre un punto di discussione molto importante, ma tutte queste sperimentazioni si basano sulla condivisione di dati pubblici che le persone sono consapevoli essere alla portata di tutti. Nessuna violazione viene commessa per l’accesso a questi dati.
  • Twitter è un metodo – secondo una recente ricerca – per determinare, con un’accuratezza di circa l’80%, l’andamento dei titoli in borsa. I nostri dati pubblici, i nostri post, i nostri tweet rivelano le nostre intenzioni più di ogni altra cosa e ci dicono – sapendoli analizzare – molto più di quanto non si possa pensare ad una prima occhiata.
  • All’interno delle reti sociali non è importante la quantità delle informazioni che inseriamo (su Facebook per esempio non conta se non mettiamo tutte le ifnormazioni che ci vengono richieste) perché sono le persone con cui ci connettiamo che rivelano chi siamo. E’ la qualità e la quantità di relazioni che intratteniamo con gli altri soggetti all’interno delle reti sociali che definisce il nostro profilo.
  • La SNA – per quanto sia una metodologia non recentissima – ha un’importanza fondamentale nell’analisi dell’organizzazione per comprendere lo scambio dei flussi di conoscenza e la gestione delle relazioni. Ma il vero lavoro è dare un significato alle informazioni che vengono mostrate dalla SNA.

Queste le slide utilizzate durante l’intervento:

Si è tenuto lo scorso 8 Giugno 2011 – e ne avevamo già parlato in questa sede (http://www.sociallearning.it/una-definizione-di-social-business-e-un-event) – il Social Business Forum (http://www.socialbusinessforum.it/) è stato un evento di altissimo livello in cui speaker nazionali e internazionali si sono succeduti sul palco raccontando storie, casi di successo, esperienza concrete, idee e prospettive future legate al mondo del Social Business e della sua efficacia sui processi organizzativi e aziendali.

Ecco la mia presentazione dedicata alla tematiche della conoscenza connessa e del Social Learning

Come ho premesso in apertura del mio speech l’idea è stata quella di gettare alcune suggestioni e di lanciare alcune idee circa un trend in forte crescita e ancora non chiaramente definito come quello – appunto – del Social Learning.
Ecco un brevissimo riassunto dei temi che ho trattato durante l’intervento:

  • Il cambio di paradigma: il Social Business è una rivoluzione competa e profonda dell’organizzazione dalla quale i processi di gestione della conoscenza, di apprendimento e di gestione delle risorse umane non possono essere esclusi. Considerando che il Social Business ha come focus proprio quello legato alle persone – nel recupero di una dimensione più umana e autentica, come ha detto Emanuele Quintarelli nel suo speech di apertura – i processi legati alla funzione HR diventano importantissimi e cruciali nel percorso che porta l’organizzazione alla trasformazione verso un ecosistema più ampio.
  • L’importanza delle community: i lavori di Wenger, le riflessioni sul Community Management, sull’emergenza della conoscenza e dell’apprendimento dalle reti informali, sono processi che sono noti e studiati da tempo ma che – oggi – con le nuove tecnologie acquistano nuovo valore e nuova linfa ricollocandosi al centro dell’organizzazione.
  • La teoria del Flow, del Group Flow e del Networked Flow (si approfondisca qui su un vecchio post http://www.sociallearning.it/tag/flowtheory) possono risultare molto molto interessanti per allargare il framework dei processi di apprendimento e in una dimensione, prima individuale e poi di gruppo, portare al raggiungimento di un’esperienza ottimale di apprendimento che sia emergente, condivisa, totalizzante e intrinsecamente motivante. Un’esperienza in cui gli stessi individui sono portati a collocarsi per il semplice piacere di far parte di un sistema che si auto-evolve.
  • La tecnologia, è vero: il driver culturale è importante, ma non bisogna dimenticarsi che la tecnologia rappresenta il contesto abilitante entro cui ci si muove per la realizzazione di apprendimenti di tipo emergente. Deve rappresentare in senso tecnico un’affordance, non un vincolo, deve metterci in grado di esprimerci senza problemi o particolari complessità di fondo. Una selezione di piattaforme di Social Software può venire in nostro aiuto per comprendere meglio in che modo sia possibile effettivamente strutturare delle community che siano il più possibili in linea con gli obiettivi stretgici dell’organizzazione.
  • La valutazione della formazione e della conoscenza informale: posto che sia possibile – ed è possibile – la realizzazione di quanto detto si pone il problema di valutare adeguatamente quale sia il ROI, l’efficacia, la persistenza di apprendimenti di questo tipo. In che modo l’organizzazione si modifica sulle spinte di queste community? Quali sono i punti deboli su cui intervenire? Quali le minacce? Quali i punti di forza.
    Si tratta – in questo senso – di ripensare le metriche di valutazione verso approcci più di rete come quelli della Social Network Analysis (http://scholar.google.it/scholar?q=social+network+analysis&hl=it&as_s…) e della Organisational Network Analysis.
    In questo modo e’ possibile mappare la conoscenza informale che si distribuisce, in modo più o meno efficace ed efficiente, all’interno dell’organizzazione.

Il post è volutamente breve perché rappresenta uno spunto per una discussione che vuole essere il più possibile… Open :)

Torno a parlare – a distanza di qualche tempo dall’ultimo post dedicato – del Social Business Forum 2011.

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Ecco i temi che saranno affrontati in modo approfondito dal programma della giornata.

  • Evoluzione dei modelli organizzativi, di leadership e management
  • Definizione di strategie che leghino esplicitamente i nuovi canali di interazione al business
  • Aumento dell’agilità e della flessibilità operativa collegando iniziative verso il cliente e community di dipendenti
  • Coinvolgimento e trasformazione degli individui in agenti del cambiamento
  • Socializzazione dei processi di gestione del cliente, innovazione e sviluppo del prodotto
  • Approcci sostenibili alla coltivazione delle community ed all’attivazione dei clienti
  • Framework di misurazione del ritorno dell’investimento e della vitalità delle community
  • L’evoluzione della intranet tramite gli strumenti di collaboration
  • Strumenti di analisi degli scambi informali e dei network partecipativi
  • Efficientamento del knowledge work e della condivisione della conoscenza
  • Condivisione di best practice e casi di successo
  • L’integrazione del social software all’interno dei flussi di lavoro e delle applicazioni esistenti

Emanuele Quintarelli nel suo blog – http://www.socialenterprise.it/index.php/2011/04/13/social-business-forum-2011/ – fornisce alcune ottime ragioni sul perchè si dovrebbe venire al Social Business Forum, il mio consiglio è quello di registrarvi perchè l’evento è sicuramente di livello e anche la sessione free quest’anno sarà arricchita dalla partecipazione di keynote speaker di livello internazionale.
Ecco le ragioni per cui partecipare che propone il buon Emanuele e che condivido appieno:

  • Respiro internazionale dell’evento, con i migliori speaker da tutto il mondo e con i casi delle aziende che stanno veramente facendo innovazione in questo paese e nel mondo. Non sarà il solito evento sui social media e sulle cose che ormai sappiamo tutti. Sarà l’evento dell’anno su come tutto quello che conosciamo potrà essere applicato seriamente alla nostra azienda migliorandola e portandola davvero nel terzo millennio e nell’era della condivisione e della trasparenza
  • Sessioni free e sessioni premium entrambe di livello eccellente permettono di scegliere la partecipazione più adatta alle proprie tasche ed esigenze.
  • I temi sulla cresta dell’onda che in Italia tardando ancora ad arrivare a farsi sentire in tutta la loro importanza come nei paesi americani ed europei più avanzati.
  • Casi concreti e demo: perché come recita un famoso adagio “chi ascolta dimentica, chi vede ricorda, chi fa impara
  • Conoscere le tecnologie e i contesti abilitanti che stanno alla base di questi nuovi approcci sociali
  • Fare networking e conoscere persone che come noi si appassionano, studiano, provano, applicano e ricercano su questi stessi temi. Non fa mai male vero?

Maggiori riferimenti:
http://www.socialbusinessforum.it/

Per registrarsi:
http://www.socialbusinessforum.it/register/

In un post precedente mi sono occupato di Social Business e di come questo possa essere applicato alle logiche organizzative con discreto successo migliorando i processi di collaborazione, comunicazione e innovazione sia all’interno dell’azienda sia al suo esterno (rafforzando le relazioni tra partner, clienti, consumatori, utenti e stakeholder). Come sempre – in questi ultimi temi – a essere posto al centro di tutto è la persona.
Ma che cos’è esattamente il Social Business e che vantaggi può dare alla mia organizzazione?
Una serie di divertenti video realizzati da ORACLE dal titolo “Bunny Inc.” mostrano gli incontri – assai divertenti – di un CIO con varie figure dell’azienda che richiedono una socializzazione sempre maggiore dei loro processi di business e flussi di lavoro: il risultato?

Partiamo dal primo episodio:

 

Mr CIO incontra Mr Executive Manager. Ecco la prima necessità: ottenere informazioni dai propri clienti in tempo reale, aggiornate e ovunque ci si trovi, una sfida complessa che – come ben illustra il video – non puo’ essere improvvisata senza una strategia di fondo che orienti le azioni da compiere e iscriva il tutto in quadro ben preciso di riferimento.
Andiamo al secondo episodio della serie:

Mr CIO incontra Mrs Sales Manager. La sfida – questa volta – è quella di integrare all’interno del ciclo di vendita le esperienze e le conoscenze – estremamente vaste – del pubblico a cui ci si riferisce: ma come farlo? Non certo mettendo assieme differenti tool in modo casuale, il rischio è proprio quello che appare alla fine del video: una soddisfazione immediata che a lungo andare viene tradita e sconfessata. La strategia giusta, anche in questo caso, deve partire da un solito apparato che faccia da framework rispetto a quello che si vuole fare. Come a dire – per citare Seneca – “non esistono venti favorevoli per chi non sa dove andare“.
Terzo episodio.

 

Nel terzo capitolo della serie Mr CIO incontra il responsabile del Marketing. Due figure apparentemente distanti che nel Social Business trovano – o dovrebbero trovare – un punto di incontro.
L’obiettivo? Creare maggiore coinvolgimento e partecipazione tra i propri clienti rafforzandone i dialoghi informali e la condivisione di esperienze. Il risultato? Pessimo se non si sa come gestire la cosa. Mr CIO fa proprio quello che non si deve fare, dando un ottimo esempio di come un coinvolgimento casuale dei dipendenti e dei clienti all’interno del ciclo produttivo di un’organizzazione possa generare più danni che altro. La telefonata di Mrs Finance in questo senso è chiara. Anche qui serve un preciso frame all’interno del quale inquadrare quello che si sta attorno.
Quarto episodio.

 

Le cose si complicano: Mr CIO si trova di fronte a Mrs Finance, nel tentativo di dimostrare quella che sembra essere la quadratura del cerchio del terzo millennio: il ROI dei Social Media. Come misuro i vantaggi che il Social Business porta alla mia impresa? quali indicatori posso usare? Come posso muovermi per capire se i miei investimenti sono stati ripagati. Il calcolo del ROI in un ambiente come questo è complesso ed è simile a quello della formazione, dove a fronte di spese ben definite e chiare (costi dei docenti, delle aule, dei materiali…) non si hanno sempre ritorni molto ben quantificabili in termini economici. Un recente post di Stefano Mizzella – http://www.socialmediascape.org/valutare-la-presenza-social-di-un-un-brand-un… – mette in evidenza come sia possibile valutare la presenza online di un brand in termini di efficienza, coinvolgimento, innovazione… Penso che la strada corretta sia quella di applicare modelli simili: multidimensionali, sociali, fluidi al calcolo del ROI e del benessere organizzativo.
Ricordiamoci sempre che come diceva anche Einstein: “not everything that can be counted counts, and not everything that counts can be counted“.
Quinto – e ultimo – episodio.

 

Mr CIO e Mr Product Devlopement Manager. Cosa fare quando le nostre geniali idee sembrano essere troppo “avanti” per i nostri interlocutori? I consumatori possono realmente inseriti nel ciclo produttivo per generare innovazione e partecipare al processo di co-creazione? Alcuni casi eccellenti a livello internazionale sembrano far propendere per il sì, ma attenzione – anche in questo caso – ai possibili rischi.

E voi, cosa ne pensate?