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Tempo libero, lavoro e processi produttivi sono stati spesso – e a ragione – considerati come concetti opposti e difficilmente conciliabili. Ma siamo proprio sicuri che sia così? Siamo sicuri che l’organizzazione del futuro possa davvero distinguere due momenti completamente differenti nella vita di ognuno di noi?

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Le riflessioni su questo tema ci portano a considerare alcuni post passati in cui abbiamo affrontato – per esempio – il ruolo della Gamification sui processi di business e di come il gioco e le dinamiche ludiche potessero essere utilizzate per migliorare i processi produttivi di un’azienda o la relazione con i propri clienti. Il tutto raccolto nell’aforisma che vede l’opposto del gioco non nel lavoro ma nella depressione (Maggiori informazioni: http://www.sociallearning.it/ancora-su-giochi-videogiochi-gamification-e-p).
O ancora si è riflettuto di come il vero lavoro non avvenga sul posto di lavoro e di come le persone siano più produttive in ambienti che ricalcano le loro abitazioni (basti pensare in questo senso alle sedi di lavoro di colossi come Facebook o Google) – http://www.sociallearning.it/come-mai-non-si-lavora-sul-posto-di-lavoro-wh

Ecco un bel video del TED sull’argomento:

Si tratta della storia di uno studio di designer che ogni 7 anni di lavoro chiude per un intero anno per dedicarsi a del tempo libero. Nel racconto si narra come il periodo di riposo “forzato” aiuta a riprendere con maggiore efficacia, con più serenità e rende l’intera organizzazione più efficiente, efficace e reattiva agli stimoli provenienti dall’esterno.
Ed ecco un altro video dei soliti due ingegneri di Google che raccontano il loro lavoro come un “hobby” in cui elementi di divertimento e ludici si mescolano agli impegni di tutti i giorni. Raggiungere il massimo della prestazione – per loro – è molto semplice: sono immersi in un ambiente stimolante, si confrontano con i massimi esperti al mondo, sanno di potersi svagare e rilassare in qualunque momento, si sentono a casa…

Sono dell’idea che le organizzazioni del domani e i processi di lavoro saranno strutturati in maniera sempre più simile a qunto visto nei video e sempre meno a come sono oggi.
Lo scoglio – inutile dirlo ormai – è sempre più culturale.

Chiudo con una bella citazione di Joseph Conrad:

Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà – per se stesso, non per gli altri – ciò che nessun altro potrà mai conoscere.

Chi si occupa di organizzazioni conosce sicuramente il termine “Kaizen” che deriva da una concezione orientale di miglioramento continuo del proprio operato (precisiamo però che prima ancora di essere applicato alla filosofia organizzativa deriva dallo Zen e dai principi classici della filosofia orientale). E chi segue questo blog sa bene che amo prendere concetti della filosofia orientale per applicarli al mondo lavorativo.

Ma che cos’è il Kaizen esattamente?
Come si legge su Wikipedia:

Il Kaizen è una metodologia giapponese di miglioramento continuo, passo a passo, che coinvolge l’intera struttura aziendale. Il termine Kaizen, infatti, è la composizione di due termini giapponesi: KAI (cambiamento) e ZEN (meglio). Il kaizen si connette con concetti come il Total Quality Management (TQM – Gestione della qualità totale), il Just In Time (JIT – abbattimento delle scorte), il kanban (metodo per la reintegrazione costante delle materie prime e dei semilavorati).

Il kaizen, presentato inizialmente dalla Toyota e applicato sempre più in tutto il mondo, si basa sul principio che detta le fondamenta di questa ‘filosofia’: “L’energia viene dal basso”, ovvero sulla comprensione che il risultato in un’impresa non viene raggiunto dal management, ma dal lavoro diretto sul prodotto. Il management assume dunque una nuova funzione, non tanto legato alla gestione gerarchica quanto al supporto dei diretti coinvolti nella produzione.

Al di là del concetto in sé che è stato applicato al processo della catena di montaggio ciò che penso sia interessante sottolineare è la filosofia che sta alla base dell’approccio. Innovare in modo continuo, programmato e non programmato rappresenta la chiave per lo sviluppo di organizzazioni competitive e in grado di evolversi in modo dinamico adattandosi al futuro e al presente.
Ecco un video molto divertente e interessante di come viene gestita l’innovazione e l’approvazione di nuove idee all’interno di Google.

Compagnie come Google, Apple, Starbucks e altri grandi brand che sappiamo essere riconosciuti come esempi mondiali di leader dell’innovazione hanno giocato questa carta come una delle fondamentali nella determinazione del proprio profilo che ormai è divenuto quasi sinonimo della stessa parola innovazione.
Le azioni della Apple sono in crescita costante da anni ormai – con piccole parentesi negative in corrispondenza dei problemi di salute di Jobs – perchè le persone sono convinte che Apple continuerà a innovare e a offrire prodotti sempre migliori.

Innovazione però, intesa non solo come miglioramento costante del prodotto ma anche come forza motrice in grado di aprire nuovi mercati e nuove ispirazioni per l’organizzazione, un’innovazione – come si dice in gergo – Disruptive.
Ecco un video di Luke Williams (Frog Design) proprio sulla Disruptive Innovation preso dal Frontiers of Interaction dell’anno scorso (2010):

In chiusura mi piace ricordare anche un altro termine molto interessante della Filosofia Zen e della cultura orientale, che spesso si ritrova anche nelle arte marziali tradizionali e che credo che le organizzazioni del futuro, i manager e tutti coloro che intendono rapportarsi al Social Business largamente inteso debbano tenere presente.

Shoshin è la pronuncia in giapponese dei caratteri cinesi a loro volta resa in lingua cinese dei termini sanscriti nava-yna-sa prasthita e anche prathama-citta che indicano la mente del novizio buddhista, ovvero la mente che ‘decide’ di iniziare la pratica religiosa buddhista.

In particolare, nel Buddhismo Zen viene inteso come “Mente del principiante” riferendosi al possedere un atteggiamento di apertura, determinazione, passione e assenza di preconcetti quando si studia una materia, anche quando si studia ad un livello avanzato, proprio come farebbe un principiante. Il termine è anche utilizzato nelle arti marziali giapponesi.

Questa termine fu spesso utilizzato dal maestro buddhista giapponese di scuola Soto Zen, Shunryu Suzuki (1904-1971) e posto a titolo di una sua opera, largamente diffusa in Occidente, Zen Mind, Beginner’s Mind, che riflette il suo tipico insegnamento sulla pratica Zen: «Nella mente del principiante vi sono molte possibilità, nella mente dell’esperto solo alcune.»

Quello che più amo del TED è la brevità e il livello di profondità che gli speaker riescono a toccare in discorsi avvincenti, divertenti e soprattutto interessantissimi. Sir Ken Robinson (http://sirkenrobinson.com/skr/), considerato uno dei guru moderni a proposito di Educazione e Creatività in un suo speech – molto noto e molto visto – del 2006 ha sostenuto le ragioni per cui, secondo lui insegnare la creatività è altrettanto importante dell’insegnare l’alfabetizzazione. Inoltre ha insistito parecchio su come le moderne organizzazioni che si occupano dell’educazione dei giovani (scuole in primis) non siano adatte allo sviluppo della creatività e dell’innovazione, ma anzi rappresentino vere e proprie “prigioni mentali” per i giovani.
Ecco il video:

Il discorso è chiaramente molto molto provocatorio ma penso metta in luce un tema altrettanto interessante.
Tra le varie cose che emergono, secondo me, merita una menzione speciale l’importanza di fallire. In America, giusto per citare un esempio, di recente si è cominciato a finanziare solo startup di persone che avesero già sperimentato fallimenti. Questo non perchè i venture capitalist siano totalmente impazziti e abbiano intenzione di gettare i soldi dalle finestre dei grattacieli di Manhattan, ma perchè si è compreso il valore formativo del fallimento e l’enorme esperienza educativa che può derivarne.
(Tanto per fare un esempio ecco un post molto interessante sull’argomento – http://venturebeat.com/2009/04/29/10-lessons-from-a-failed-startup/)

Lo scorso Febbraio (2010) Robinson è tornato al TED per parlare della rivoluzione e del cambiamernto necessario che deve essere imposto al paradigma dell’apprendimento come lo conosciamo.
Ecco la sua “lezione”:

La conclusione a cui si arriva non è molto diversa da quella che la filosofia greca definisce come eu-daimonia: felicità, che puo’ essere intesa come la capacità di trovare il proprio talento e farlo fruttare al massimo delle proprie possibilità.

Per buona parte della storia del pensiero dell’uomo si è ritenuto che il genio creativo fosse un fenomeno estemporaneo frutto di non si sa quali percorsi di vita e – a volte – di misteriose circostanze a metà strada tra leggenda e fantasia. Se pensiamo all’idea di genio che è diffusa nella nostra società, la prima metafora che ci viene in mente è quella del saggio sulla cima della torre che dedica la sua intera vita alla ricerca di un’ispirazione. Per fare due esempi: Newton scoprì – secondo l’immaginario collettivo – la teoria della gravitazione universale per caso, come vuole la leggenda colpito da una mela che cadeva dall’albero sotto cui riposava; lo stesso fu per Archimede che arrivò alla teorizzazione del galleggiamento dei corpi immerso nella sua vasca da bagno al celebre grido di Eureka!

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La realtà sembra essere però assai differente.
La creatività e la genialità, secondo le ricerche più recenti, sarebbero infatti fenomeni che originano a partire da una rete e non dall’intuizione di un singolo.

 

Keith Sawyer nel suo Group Genius (http://ascc.artsci.wustl.edu/~ksawyer/groupgenius/) scrive:

We’re drawn to the image of the lone genius whose mystical moment of insight changes the world. But the lone genius is a myth; instead, it’s group genius that generates breakthrough innovation. When we collaborate, creativity unfolds across people; the sparks fly faster, and the whole is greater than the sum of its parts.

 Ma non è il solo: Mihaly Csikszentmihalyi, lo studioso ungherese che ha teorizzato il Flow – lo stato di flusso – sostiene:

an idea or product that deserves the label ‘creative’ arises from the synergy of many sources and not only from the mind of a single person

Sembrerebbe, dunque, che la creatività sia un processo emergente più che un qualcosa di organizzato o eterodiretto o qualcosa legato all’illuminazione di un attimo.
Un frase molto bella afferma che il genio è all’1% ispirazione e al 99% traspirazione proprio a sottolineare il grosso lavoro che è necessario compiere per arrivare a un risultato creativo o innovativo soddisfacente e veramente “geniale”.
Continuando su questa linea che vede la creatività e l’innovazione come processi creati da una rete collaborativa più che da un individuo singolo possiamo trarre anche alcune indicazioni – fornite sempre da Sawyer – per la creazione di gruppi creativi che siano in grado di produrre vera innovazione.
Ecco quelle che vengono considerate come le sette caratteristiche fondamentali dei team creativi:

  • BIT BY BIT = i team efficaci non si formano casualmente e non sono frutto dell’illuminazione di qualcuno. Roma non fu costruita in un giorno. Un team efficace ha bisogno di sentirsi un gruppo con alle spalle una storia consolidata e in grado di permettere una collaborazione completa tra i differenti membri.
  • ASCOLTO ATTIVO / ASCOLTO PROFONDO = come i componenti di un’orchestra è necessario ascoltare l’altro: comprendere le sue esigenze, capire fino dove arrivano i suoi spazi di movimento e dove – invece – cominciano i miei.
  • OGNI IDEA ESTENDE LA PRECEDENTE = non porre limiti o vincoli alla creatività è un aspetto fondamentale.
  • IL SIGNIFICATO NON E’ IMPORTANTE = sospendere il giudizio e accettare prima di criticare, il significato di un’idea o i problemi che essa potrà incontrare sono step successivi che interessano in un secondo momento e che non devono essere un freno al processo creativo attivo.
  • PROBLEM FINDING = i problemi vanno posti ancor prima di essere risolti. Porsi in condizione di difficoltà, ricercare costantemente e tendere al miglioramento continuo (kaizen – ??????) è un aspetto chiave.
  • PARLARE PRIMA DI PENSARE
  • AUTO-ORGANIZZAZIONE = come già sottolineato i gruppi non possiedono un coordinamento centrale, non hanno una etero direzione che li guida verso un compito ma si auto-coordinano e auto-organizzano determinando se stessi.

E le organizzazioni? Allo stesso modo per poter implementare una vera ed efficace innovazione all’interno dell’impresa è possibile impiegare tecnologie specifiche (come ad esempio la piattaforma di idea management Spigit – http://www.spigit.com/) che aiutino a valorizzare il potere creativo della collaborazione.
Per concludere in modo un po’ poetico mi piace citare una frase di Steve Jobs che rimarca, comunque, il più importate fattore in tema di innovazione…

Q: How do you manage for innovation?
A: We hire people who want to make the best things in the world. You’d be surprised how hard people work around here. They work nights and weekends, sometimes not seeing their families for a while. Sometimes people work through Christmas to make sure the tooling is just right at some factory in some corner of the world so our product comes out the best it can be. People care so much, and it shows.