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Sono diversi anni che mi occupo di Social Media Marketing, Social Media Monitoring, Listening, Brand Reputation e via dicendo. Sempre sigle diverse, sempre lo stesso concetto: sfruttare le reti e i meccanismi informali per aumentare la partecipazione degli utenti e per raggiungere nuovo pubblico.

Ma perché dovrebbe essere morto? E perché ho voluto scrivere questo post provocatorio? Il motivo è molto semplice: l’idea di base è stata quella di condividere alcune riflessioni che sono nate da alcune discussioni avvenute nei giorni scorsi con amici e colleghi su questi temi e provare a trovare motivazioni a supporto di una tesi fondamentale: il mercato, i consumatori e le aziende sono cambiate. E’ tempo di cambiare anche il nostro punto di vista evolvendo quello che già conosciamo. 

Cerchiamo di analizzare alcuni dati e di capire per quale motivo la situazione sta cambiando e in che direzione.

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Gli influencer non esistono
Un recente articolo, molto interessante, di Micheal Wu pubblicato su Techcrunch – http://techcrunch.com/2012/11/09/can-social-media-influence-really-be-measured/ sottolinea una problematica ben nota a chi si occupa di questi temi e a chi è abituato anche a utilizzare tool per l’analisi della web reputation di fascia elevata (vedi Sysomos o Radian6).Tutti questi strumenti sembrano promettere il Santo Graal del Social Media Marketing: la ricerca, il tracciamento – e il successivo coinvolgimento quindi – degli influencer online.
Alcune riflessioni in questa direzione ci possono portare in fretta a ragionare su:

  • Le problematiche di misurazione degli influencer: le metriche sono spesso confuse, non chiare e non esistono – come sottolinea anche Wu nell’articolo – metodologie di validazione di quello che stiamo dicendo. Un modo, cioè, di stabilire effettivamente chi influenza chi rispetto a un modello, a un metro di paragone esterno ed efficace. Un esempio su tutti può essere fatto rispetto alla misura dell’influenza online che da Klout la cui attendibilità è ben chiara ad un occhio esperto e consapevole
  • In base a cosa stabiliamo un influencer? In base al numero di follower? In base al suo reach totale? Molto bene: si legga poco sotto il secondo paragrafo di questa riflessione. Forse possiamo stabilirlo in base al numero di Retweet e di Share per esempio che ottiene? Una buona metrica no? Così sembrerebbe… Date un’occhiata a questo articolo che sottolinea come solo una piccola percentuale di utenti che fanno RT legga effettivamente il contenuto rilanciato: http://blog.hubspot.com/blog/tabid/6307/bid/33815/New-Data-Indicates-Twitter-Users-Don-t-Always-Click-the-Links-They-Retweet-INFOGRAPHIC.aspx
    E’ chiaro quindi che ci troviamo di fronte a un problema di tecniche di misurazione, ma forse ancora prima a un problema legato al cosa stiamo effettivamente misurando.
  • Influencer rispetto a cosa? Manca anche una modalità di tracciamento a posteriori dell’influenza online. Come posso sapere se un determinato messaggio – e proprio quel messaggio – ha dato il via a un comportamento di consumo o a un qualunque comportamento? In questa direzione va la psicologia del comportamento e della decisione che da anni studia strategie e soluzioni per orientare il comportamento non prevedibile degli individui. La complessità della natura umana, ma anche degli stessi processi alla base della motivazione della decisione (ben spiegati – per esempio – nell’ottimo libro Drive di Daniel Pink) rende difficilmente applicabile il concetto di influencer in modo differente da quello di testimonial nell’advertising classico…
  • Influencer di cosa? Possiamo considerare che siano presenti influencer specifici rispetto a un tipo di settore particolare? Possiamo stabilire una misura concreta di questa influenza?

Più che di influencer in rete, quindi, forse si potrebbe parlare di un “pubblico interessato” di persone che in modo attivo e continuativo possono si occupano di un determinato tema divenendo esperti di quel tema, ma l’azione di coinvolgimento di queste persone, più che per spostare dei comportamenti degli altri utenti sarebbe interessante in un’ottica più matura, più completa: più vicina a quelle che sono le logiche del social business. Una logica di co-creazione in cui una volta che ho identificato gli utenti che si occupano del mio tema, del mio servizio del mio prodotto li coinvolgo all’interno del mio network al fine di migliorare il servizio al cliente, la capacità di fare innovazione, il mio prodotto o il mio servizio…

Il numero di follower o di like? Aria fritta
Non molto tempo fa suscitò molto scalpore la notizia di Marco Camisani Calzolari che riuscì a incrementare i suoli follower su Twitter ad un livello incredibile semplicemente acquistandoli ( http://www.repubblica.it/economia/2012/06/08/news/twitter_falsi_follower-36751066/ ). In questo senso non sono pochi i servizi che consentono di fare compravendita online di follower, di like e di aumentare la propria fan base. Ma a cosa serve tutto questo? Assolutamente a niente!
Mi capita spesso di confrontarmi con aziende o studenti – nei miei corsi – che mi domandano come aumentare i like di una pagina e/o i follower propri o di un brand su Twitter. Ebbene: il concetto è davvero sbagliato in partenza. Il numero di follower o di fan su Facebook, come su qualunque altra piattaforma, è solo una delle metriche che mostrano un ingaggio significativo e ben poco ci dicono dell’efficacia e di quanto quella pagina stia funzionando o meno nella creazione di un vero coinvolgimento nei confronti degli utenti. Il numero dei follower resta simile allo share televisivo, alla tiratura di un giornale: una modalità di ragionare ancora vecchio stile ancora con logiche classiche di pubblicità one 2 many. Ma con una postilla. Diamo un’occhiata a questo interessante post di Tech Crunch per esempio: http://techcrunch.com/2012/11/16/facebook-has-decreased-page-reach-and-heres-why/
E a questa tabella che mostra in un paio di mesi come è diminuito il reach dei contenuti condivisi su una pagina Facebook:

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Vien naturale domandarsi: a che cosa serve avere 1 milione di follower se poi il mio pubblico resta una minima parte di questi? Che cosa cambia da un passaggio in televisione? Nulla apparentemente…
Accanto a tutto questo va ovviamente aggiunto il fatto che se non vengono fatte iniziative specifiche sui fan e sulla propria customer base è assolutamente inutile qualunque successiva riflessione. Vedremo più avanti nel post in che senso.

Il Social ADV e il Customer Engagament? L’inizio della fine
In un recente post Emanuele Quintarelli riporta alcuni interessanti dati di ricerca sull’andamento di Facebook rispetto all’efficacia di coinvolgere e di arrivare ai consumatori orientandone la conversazione. I dati che vengono illustrati sono abbastanza preoccupanti: http://www.socialenterprise.it/index.php/2012/07/28/perche-facebook-non-e-una-social-media-strategy/

  • La motivazione che spinge le persone a essere sui social network è in minima parte (12%) legata al mantenimento o allo stabilire una relazione con i brand e con le aziende.
  • Le brand community risultano una fonte molto molto migliore per la risoluzione dei problemi e per cercare informazioni che interessano grazie all’aiuto di propri pari.
  • E’ molto più facile che utenti ingaggiati all’interno di brand community si trasformino in brand ambassador e advocate all’interno di canali social in modo spontaneo.
  • Gli Analytics sono completamente inutili se non uniti a strumenti di intelligence e ad azioni puntuali (vedi anche il processo di monitoring in questo senso). Il monitoraggio, la misurazione l’analisi servono nella misura in cui portano dei risultati concreti sui benefici dell’organizzazione.

Credo che il dato più interessante in questo caso – nell’intero post di Emanuele – sia quello che riporta come agli utenti interessi davvero poco quello che dicono i brand di loro in rete e su Facebook ma piuttosto le conversazioni tra altri utenti come loro.

Nella stessa direzione di prima vanno alcune riflessioni condivise recentemente sul blog di Young Digital Lab in un post dedicato proprio al tema: http://www.youngdigitallab.com/facebook/facebook-social-network/. Nel post si parla di alcuni dati interessanti tra cui quello che sottolinea come solo il 15% (se non meno) della nostra fan base legga effettivamente i post che condividiamo nelle nostre pagine a questo dato va ovviamente agganciato il fatto che se solo il 15% dei nostri fan legge il nostro contenuto sarà – ovviamente – ancora minore la percentuale di utenti ingaggiati. Potete facilmente dedurre da soli che il quadro che ne esce è tutt’altro che confortante. Ancora una volta stiamo usando vecchie metriche (reach, follower, diffusione del contenuto) che sono quelle proprie di un advertising e di un marketing non troppo dissimile da quello tradizionale a cui siamo stati abituati. 

In questa direzione molto significativo risulta il commento che viene riportato:

“We post seven days a week, that would be about $14,000 per week, $56,000 per month… a grand total of $672,000 for what we got for free before Facebook started turning the traffic spigot down.” 

La riflessione riportata viene dal blog Dangerous Mind – http://dangerousminds.net/comments/facebook_i_want_my_friends_back e sottolinea una problematica molto consistente con la quale i brand si stanno confrontando, ovverosia: il costo completo che dovrebbero sostenere – tramite l’ultima novità dei promoted post – per ingaggiare e far arrivare il proprio messaggio a tutta la customer base. Interessante non trovate? Pagare cifre altissime per raggiungere persone che – in teoria – dovrebbero essere interessate al nostro messaggio. Pagare per “riprendere utenti che dovrebbero essere nostri”…

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Se il Social ADV è da un lato un potentissimo strumento per aumentare la fan base, per attirare nuovo pubblico o per spingere i contenuti sulla timeline degli utenti, risulta altrettanto interessante notare come il processo stia rassomigliando sempre di più a un processo di pubblicità tradizionale e Facebook stessa – spinta dall’esigenza di monetizzare – sia costretta a risultare sempre più invasiva e pervasiva rispetto a questo tema: non è raro trovare articoli di lamentela e denunce dei comportamenti troppo legati all’ADV che il noto SN sta assumendo. Cosa significa? Ancora una volta la logica è quella del marketing e della pubblicità tradizionale: più ne raggiungiamo meglio è.
In questo senso si vedano anche i dati di questa ricerca sul tema del coinvolgimento degli utenti all’interno del noto SNS – http://adage.com/article/digitalnext/things-mark-zuckerberg-cmo/229293/
Anche alcuni articoli di Forrester – http://blogs.forrester.com/nate_elliott/12-05-14-facebook_needs_to_take_marketing_seriously – di qualche mese fa e la nota polemica che era scaturita dalle lamentele di General Motors sul fatto che l’ADV su queste piattaforme non funzionasse come avrebbe dovuto – http://online.wsj.com/article/SB10001424052702304192704577406394017764460.html

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Quale efficacia per il web monitoring?
Più e più volte mi sono occupato, in questa e in altre sedi di parlare di social media listening, web monitoring e brand reputation. L’importanza dell’ascolto, lo abbiamo detto in più occasioni è chiave e fondamentale ma bisogna anche essere consapevoli che una volta maturata questa comprensione necessario fare dell’altro. Troppo spesso in questi anni ho condotto progetti di web reputation e monitoring che sono stati apprezzati ma che si sono esauriti nello spazio di un report. Fare ascolto in rete, comprendere le esigenze dei consumatori, intercettare linee di tendenza, trend e comprendere come si orienta il sentiment delle discussioni online è fondamentale, è vero: ma è solo il primo passo, il primo di un lungo cammino che deve portare le aziende ad evolversi ad ascoltare non solo i consumatori ma anche i propri dipendenti, a rimettere le persone al centro dello scambio e della produzione del valore.
Troppe troppe volte ho visto analisi di web reputation condotte come analisi di mercato. Quest
o processo di monitoring, di ascolto, di comprensione della propria reputazione online è efficace nella misura in cui è connesso a un profondo processo di trasformazione e funziona nel momento in cui si connette intimamente con quelle che sono le specifiche esigenze della singola azienda e organizzazione (esigenze che sono sempre diverse, sempre variegate)

E quindi? Adesso cosa si fa?
Si ricomincia da capo. Si ricomincia considerando il Social non tanto come il punto di arrivo ma come uno strumento al pari di tanti, molteplici, strumenti che possono servire alle aziende, non dissimile da tante altre strategie da tante altre pratiche. In questo senso mi sembra interessante considerare che il Social funziona – e lo testimoniano i veri casi di successo internazionali, nella misura in cui è profondamente connesso ai processi interni ed esterni dell’azienda. Il Social, il fare social media marketing nel caso specifico non è il cambiamento né da risultati. Il vero cambiamento è dentro e fuori l’azienda verso modelli nuovi, più efficaci, più efficienti in grado di mettere non tanto il consumatore ma le persone al centro di tutti i processi (siano essi esterni, siano essi interni).
Più in sintesi e nel tentativo di fissare alcun conclusioni di una riflessione che è ancora in fieri per quanto mi riguarda:

  • E’ necessario collegare i social media a processi aziendali e organizzativi strutturati e fare in modo che non divengano l’obiettivo, ma lo strumento, non il fine ma il mezzo
  • L’obiettivo è quello di aumentare il valore dell’organizzazione, rendere i processi più efficaci ed efficienti e mettere al centro gli utenti, le persone
  • Il Social Media Monitoring, funziona nella misura in cui è legato a precisi obiettivi di business, misurabili e concreti e viene visto non come il punto di arrivo ma come il punto di partenza di una strategia a 360° sui social media
  • KPI e metriche di questo mondo ( come quelle che elabora Edelman da anni a questa parte – http://www.edelmandigital.com/2011/08/30/how-to-measure-social-media-pr/ ) per essere efficaci devono essere collegate a fattori concreti all’interno dell’organizzazione. Metriche come il numero di follower, il numero di condivisioni, il numero di commenti e il coinvolgimento degli utenti sono inutili se non collegate a quello che ci sta dietro: risoluzione di problemi, miglioramento del processo di innovazione, aumento dell’efficacia organizzativa e via dicendo.
  • Offrire un’esperienza integrata che punti non tanto su tecniche specifiche di un singolo canale quanto su visioni più ampie, più precise più di dettaglio che abbiano al centro appunto non la preoccupazione della scelta della piattaforma più adatta ma agli obiettivi e al cosa si vuole ottenere
  • Uscire dall’idea totalizzante del Social Network: potrebbe non essere la scelta migliore, potrebbe non essere quella adeguata, in questo senso ormai tutti sono su Facebook, tutti si stanno muovendo senza consapevolezza (o con livelli più o meno diversi) nella creazione di pagine, nella costruzione di fan base, nella mobilitazione di risorse. Senza aver compreso né i cambiamenti che sono avvenuti, né quello che sta succedendo e senza aver chiara nemmeno la direzione del mercato.
  • Creare ambienti ad hoc: la creazione di brand community e di ambienti dedicati al Social CRM all’innovazione alla co-costruzione con i dipendenti e con i clienti è sicuramente molto più interessante. Questo consente – sebbene a fronte di un investimento iniziale molto superiore – di portarsi dietro una serie incredibile di vantaggi: customer base assicurata, fidelizzazione molto superiore degli utenti, analitche realizzabili ad hoc, ingaggio superiore degli utenti e via dicendo…
  • Progettare e realizzare esperienze più che canali. Esperienze che mettano al centro le persone e le loro esigenze. Poco importa la strategia o il canale scelto se si ha in mente questo obiettivo chiaro.

Prima del Customer Engagement c’è l’Engagement, prima dell’Engagement vengono i Consumatori, prima ancora dei Consumatori ci sono – poi – le Persone.

Nota a margine
Il tono volutamente polemico e provocatorio di questo post vuole semplicemente delineare che esattamente come 4/5 anni fa queste soluzioni hanno rappresentato il futuro, ora il mercato è cambiato: è maturo per nuovi approcci, per nuove idee, per nuove soluzioni. Questi approcci funzioneranno sicuramente ancora per un po’, ma la vera domanda restai, a mio avviso e per chi si occupa di questi temi: what’s next?
Francamente non ho visto particolare innovazione in questo settore da 2/3 anni a questa parte e sappiamo che chi sopravvive non è quello più forte o più grosso ma quello che sa meglio adattarsi a circostanze che – in questi ambienti molto più che in altri – mutano alla velocità della luce. 

Paolo Calderari di Palazzolo, Andrea Pesoli
Originally part of the Social Business Manifesto published for Harvard Business Review Italia by OpenKnowledge team. Read more on: 
http://socialbusinessmanifesto.com/ 

“Creativity in itself shouldn’t be encouraged: we instead need to encourage creative solutions to real problems. Innovation is only “good” when it’s useful.”

“There’s no such thing as a bad idea! Just poorly executed awesome ones.”

Look beyond innovation for the sake of innovation. More and more organizations today find themselves having to find and exploit new ideas and opportunities in order to respond to growing competitive pressure and to changes in customers’ needs. The recent economic recession has only further accelerated the urgency of this change and the “demand” for innovation for companies.

The main objective of innovation is not (only) to create the next hot product. Various types of innovation exist and people need to be engaged and stimulated to recognise and pursue not only product innovation, but also process or business model innovation. We need a way to encourage innovation and make it “normal”, namely not to separate it from the rest of the business. It has to be treated systematically, like any process in which a problem is determined and a solution is found. Some of the key questions we need to ask ourselves are therefore: What do we want to obtain and how? What resources will we need? Who will be part of the team? What will be the factors to motivate people and what recognitions will be given? How will the initiative’s success be measured?

Creativity therefore doesn’t have to be seen as a mysterious gift or prerogative of few “talents”, but as the – daily – activity of creating not obvious connections, putting things together that are normally not together. Innovation is always more the product of a collaborative process among individuals rather than the result of the intelligence of a single person.

What is Idea Management?

But where are all of these innovative ideas hidden that are so necessary to drive growth, productivity and value creation? When innovation is more important than ever, the collaborative management of ideas (collaborative idea management) through functions and geographical areas can help organizations to make new ideas emerge, and to refine them and ensure that they reach the right people. This approach is also a way to make employees more responsible and recognise the ones who are more active in the innovation process, so as to measure and stimulate creative activity and to promote a more open, collaborative and social culture in organizations. In other words, to create one or more innovation communities that work in a vertical or cross-cutting way in organizations.

Idea Management is a structured process – an integral part of the innovation process – aimed at the collection, management, selection and sharing of ideas. This process is typically supported by specific technologies (Idea Management Platform) that provide methods and tools that make the union of ideas, their assessment and – in some cases – even their execution, more effective and amplified. Idea Management can be applied in various contexts, from incremental improvements to more radical ones, and it can even cover the entire company ecosystem, including external stakeholders, partners and customers.

It is the social evolution of the traditional “idea box”, where, however, the use of the social processes and technological platforms of Idea Management profoundly transforms its nature:

  • Various forms of participation: these systems value the contribution not just of the idea proposal but also of the cross-valuation (vote), comment or criticism of the idea;
  • Contamination: everyone sees proposals from colleagues and a consistent idea can be born out of a proposal which in itself is not very concrete, or is unfocused, by enriching the information and/or concept;
  • Emergence: the most read, most commented or most appreciated ideas emerge and stand out from others, allowing the community to rapidly see the selection process in progress;
  • Collective Intelligence: if duly supported, the community can make proposals evolve by exploiting the intelligence and knowledge present in the system;
  • Focus on people (and not just on ideas): the proposals that stand out also identify a group of people who believe in the idea and who could also be involved in its implementation.

How to make the innovation process social

There are quite a few contributions that underline the importance of considering innovation as an open process that must involve many players within or outside the same business ecosystem.

The concept of “players” in the innovation process is important and interesting, because it reinterprets a “social” company role that is not always made clear in an organization chart (or rather not only focused on the R&D function) or in a specific organizational role. Unlike the traditional stage-gate selection process, the social approach to involvement and to the realisation of ideas and improvement projects is based on the activation of three different communities: he who brings or generates ideas (explorers, perhaps the most common meaning of innovator), he who carries them out (exploiters), and he who has the task of selecting and assessing them. It is precisely this last role, typically concentrated in Management, which is of fundamental importance for facilitating and “bridging the gap” between explorers and exploiters. Instead of acting as a restraint or gate-keeper (as a team would act by sticking to the assessment methods based on expert committees), the team has to act with a role of broker, a key figure who supports and accelerates the realisation of an idea.

A typical innovation process will therefore have the structure shown in Figure 1.

PHASE 1: Setting of objectives and scenario

  • Identify the topics and main areas of applicability of the initiative. A punctual analysis can help to understand both the sensitivity of an organization towards specific business topics and the level of cultural alignment on the social approach to innovation (readiness);
  • Identify the key players in the innovation process: therefore not only the formal figures, but above all – as we have already seen – those who already play an important role at an informal level (e.g. broker);
  • Specify and define the topics on which to start the first phase of idea production;
  • Involve and form the support team (experts, assessors, moderators, …).

PHASE 2: Generation of ideas

  • Launch the initiative on a restricted group of people (soft-launch) with the twofold objective of having a punctual feedback from end users and starting to populate the platform;
  • Involve a wider group in the generation of ideas (full-launch);
  • Punctually manage the growth of the community, timely intervening to “correct” negative behaviours (e.g. unconstructive comments, missing information, inappropriate language) and award positive ones (e.g. connections between ideas, precise comments, …);
  • Communicate the state of progress within and outside the community, also giving visibility to Top Management.

PHASE 3: Idea selection

  • Give visibility of the phase of approval of single ideas directly on the platform, punctually engaging the experts in the assessment;
  • Select the ideas (or groups of ideas), based on various KPIs. Ideally, the services on which it is important to concentrate are impact on the company (e.g.
    turnover increase, cost saving, scope of the idea, brand value, …) and feasibility (e.g. resources necessary, time to market, investment, …);
  • Award those who come up with the best ideas and…realise them!

This process, especially in phases 2 and 3, can obviously be repeated whenever new innovation initiatives on specific topics are to be launched (see figure 2).

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What to do and what not to do.

We end this article with a series of pieces of operational “advice” based on our experience:

  • Establish clear objectives. At times collaborative innovation initiatives are born within organizations as experiments or as extensions of collaborative social aspects. In these situations, the “learning by doing” approach sometimes takes over, and risks defocusing and dissolving the experience. In reality, to ensure the project’s success it is useful to initially identify clear business and result objectives, so as to strongly link the innovative process to an additional value brought to the organization and to its stakeholders.
  • Know the target. Before launching an innovation initiative, it is important to know who the participants in the process will be, in terms of profile, role, business unit and localisation in order to outline the best engagement strategy possible. Culture-country aspects must also not be underestimated. Tools like Social Network Analysis can also shed light on the existing collaborative dynamics and on the roles that some key players already play within the organization. These people should be punctually involved.
  • Manage the change and the alignment with the company strategy. The addition of an Idea Management tool must also be accompanied by a process of change management and alignment of the innovation initiative with the company strategy. There are many hidden barriers, firstly the natural low propensity to sharing and collaboration and the calling into question of formal roles. The communication, sharing and engagement of stakeholders in the process, especially if the approach is new within the company, are key to the initiative’s success and adoption.
  • Balance quality and level of engagement. Quality of ideas and level of engagement (e.g. number of people who actively participate) are two often conflicting objectives. We therefore need to know how to balance these two aspects in the various phases of maturity of the initiative, initially favouring engagement and introducing metrics to assess the quality of contributions once a certain consistency and stability has been reached in the community.
  • Exploit online and offline communication. As visually engaging and refined as it may be, online communication alone (email, launch videos, ….) still shows its limits. The best initiatives always mix online and offline elements in communication, especially when specific populations have to be involved in the initiative.
  • Being transparent in the assessment process. One of the weak points of the idea box approach is its lack of feedback in the assessment process. On open and social platforms, every remark, every feedback (e.g. a critical comment from an expert indicating the weak points of an idea) can be both the mainspring that makes the idea itself evolve and a moment of personal “formation” and formation for the community as a whole.
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Finally, a few points for attention:

  • Only concentrating on the “numbers”. Modern platforms offer very refined and punctual analysis and reporting mechanisms. It is however important to avoid concentrating too much on the numbers alone (e.g. ideas, votes, comments posted, …), because the real value is in the interactions between people and the connections they generate. Different cultural backgrounds produce creativity and innovation. Favouring and appreciating different opinions, identities and perspectives therefore generates a greater level of innovation. Although it is possible to measure these dynamics, a linear relationship does not always exist with real added value. The phrase “Not everything that counts can be counted” is therefore valid.
  • Lowering the guard on community management. The promise to involve employees in an open, collaborative process of research and development of new ideas is certainly compelling. However, once the initial novelty and interest period has worn off, the community’s activity must be supported by constant specific communication and engagement initiatives. Be careful not to overestimate the impact of gamification dynamics which, alone, cannot increase and sustain the participation and involvement of users.
  • Sidelining usability and graphic aspects. The consumerisation of IT cannot be ignored. Users, whatever their profile or role, will definitely pay attention to aspects that are easy to use and access. It is therefore better to spend a bit of time making the user experience easy and pleasant.
  • Not involving sponsors/executives in the process. Innovation within large organizations is often thwarted by the presence of inflexibility, a uniform company culture, and communication flows that are too formalised. Executives therefore have the fundamental role of facilitating and accelerating the various phases of the innovation process and, ultimately, realising the ideas. Having finally stressed the aspects of change, the involvement of senior figures is important to lead (in terms of leadership) the cultural and – where possible – organizational change.

Di recente sto approfondendo uno dei temi che sembrano essere la classica next big thing (per dirla all’americana). I Big Data e il relativo studio di metriche e di analytics per comprenderne il valore e usarli nell’ambito organizzativo e di business. Che cosa sono ? Come funzionano? Come possono essere utilizzati e compresi?

Ma andiamo con ordine.
Che cosa sono i Big Data?

Big data usually includes data sets with sizes beyond the ability of commonly-used software tools to capture, curate, manage, and process the data within a tolerable elapsed time. Big data sizes are a constantly moving target, as of 2012 ranging from a few dozen terabytes to many petabytes of data in a single data set. With this difficulty, a new platform of “big data” tools has arisen to handle sensemaking over large quantities of data, as in the Apache Hadoop Big Data Platform.
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, an open approach to Information Management, defines big data in terms of useful permutations, complexity, and difficulty to delete individual records. In a 2001 research report and related lectures, META Group (now Gartner) analyst Doug Laney defined data growth challenges and opportunities as being three-dimensional, i.e. increasing volume (amount of data), velocity (speed of data in and out), and variety (range of data types and sources). Gartner, and now much of the industry, continue to use this “3Vs” model for describing big data. In 2012, Gartnerupdated its definition as follows: “Big Data are high-volume, high-velocity, and/or high-variety information assets that require new forms of processing to enable enhanced decision making, insight discovery and process optimization”.
In 2012 Courtney Lambert extended the Gartner definition to “4Vs” by adding the term ‘virtual’, thus scoping the discussion to only include online assets.

In sostanza l’accento è posto su alcune dimensioni fondamentali che caratterizzano questa enorme mole di dati. Le dimensioni chiave sono quindi:

  • Il volume: la mole e la quantità di questi dati raggiunge dimensioni assolutamente imponenti (per fare un esempio basti pensare al CERN di Ginevra dove il LHC rilascia ogni secondo oltre 4Gb di dati e solo una minima parte viene selezionata e utilizzata per le analisi)
  • la velocità: incredibile ed elevatissima in cui questi dati vengono diffusi e aumentano di volume, rappresentando una vera sfida per gli analisti e per gli strumenti stessi di misurazione
  • la varietà: i dati, i big data, possono essere anche molto differenti tra loro
  • Infine sulla 4V ci sono diverse scuole di pensiero che coprono a volte la virtualità dei dati a volte la veracità, in questo secondo caso l’accento è posto sulla difficoltà nella gestione di questi dati e sulla complessità che molto spesso presentano proprio a causa dell’estrema varietà e indefinitezza in cui spesso ci si trova a lavorare.
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Il fenomeno sta quindi cominciando ad uscire dalla aule universitarie e dai dipartimenti per muoversi dalla nicchia in cui era collocato. In questo senso possiamo considerare il fenomeno dei big data come un fenomeno molto complesso e altrettanto interessante che risulterà sicuramente utile monitorare in futuro. Sia per le organizzazioni sia per le società di consulenza.

Come si legge anche nel report di IBM dedicato all’argomento (ne consiglio vivamente la lettura. E’ disponibile a questo indirizzo: http://www-01.ibm.com/software/data/infosphere/bigdata-analytics.html )

“Big data” – which admittedly means many things to many people – is no longer confined to the realm of technology. Today it is a business priority, given its ability to profoundly affect commerce in the globally integrated economy. In addition to providing solutions to long-standing business challenges, big data inspires new ways to transform processes, organizations, entire industries and even society itself. Yet extensive media coverage makes it hard to distinguish hype from reality – what is really happening? Our newest research finds that organizations are using big data to target customer-centric outcomes, tap into internal data and build a better information ecosystem.

Ecco alcuni degli aspetti fondamentali che sono sottolineati nel report.

  • I Big Data si stanno evolvendo rapidamente muovendosi verso applicazioni più concrete e realizzazioni pratiche. I livelli di adozione e di crescita di consapevolezza sono ben rappresentati nello schema che segue. E’ necessario procedere per step sino ad aumentare il coinvolgimento delle diverse funzioni aziendali e comprendere in che modo questi strumenti possano essere utilizzati all’interno delle organizzazioni.
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  • I Big Data possono essere un’ottima leva per raggiungere, comprendere e relizzare le aspettative dei consumatori e dei clienti. Si tratta sicuramente di un’arma strategica molto importante che è bene comprendere.
    Come sottolinea anche Emanuela Zaccone (Zatomas) in quest’ottimo post: http://www.techeconomy.it/2012/09/28/big-data-e-social-media-monitoring-lingu… i big data possono essere un’ottima integrazione al processo di social media listening e monitoring fornendo nuovi volumi di dati e nuovi spunti in grado di migliorare il lavoro degli analisti.
  • I Big Data non solo sono un’eccellente strumento di lettura ma possono anche essere impiegati per anticipare istanze, problemi e per avere un quadro migliore del contesto e comprendere appieno l’ecosistema. Esattamente come per l’Organisational Network Analysis e la Social Network Analysis trovare modalità per visualizzare i big data potrebbe essere la chiave di accesso per dare un “volto” a ciò che di solito rimane senza corretta comprensione. Una migliore visione del quadro operativo è sicuramente il miglior modo per affrontare le sfide poste dal mercato.

In questo senso risulta interessante anche evidenziare gli aspetti del report di McKinsey dedicato all’argomento, di taglio
differente rispetto a quello IBM ma di sicuro interesse (il report è disponibile qui: http://www.mckinsey.com/insights/mgi/research/technology_and_innovation/big_d… )

Alcuni degli elementi che emergono da questo report sono:

  • Il mercato che ruota attorno ai Big Data è in fortissima crescita ed espansione. Alcuni dati? 5 miliardi sono gli smartphone usati nel 2010. 30 miliardi i contenuti condivisi su Facebook ogni mese.
  • I dati hanno assunto dimensioni sempre più importanti all’interno dello sviluppo del business e all’interno delle organizzazioni. Il loro utilizzo diviene sempre più chiave e cruciale all’interno degli scenari evolutivi delle aziende
  • I Big Data creano valore in molte e differenti modalità se correttamente impiegati e compresi. Nello specifico:
    • I Big Data rendono possibile una migliore trasparenza e un miglior utilizzo delle informazioni. In questo senso basti pensare all’importanza che i dati rivestono nel settore pubblico e in diversi ambiti. Se i dati dovessero diventare trasparenti e ricercabili da parte di tutti ne beneficerebbe molto la trasparenza
    • I dati sono fondamentali per migliorare le performance e comprendere meglio il contesto in cui si muovono le organizzazioni.
    • I dati ci aiutano a comprendere al meglio i nostri clienti e il nostro pubblico. Attraverso i dati possiamo anticipare le esigenze e ascoltare in modo più attivo le richieste dei consumatori convertendole in strategie di azione e momenti concreti. Attraverso i big data come viene sottolineando nel report sono utili anche per la segmentazione.
    • Automatizzare il processo di decision making e renderlo più semplice. Con l’uso di algoritmi che possano facilitare l’analisi del contesto è possibili facilitare di molto i processi di decision making e di problem solving all’interno delle organizzazioni.
    • Fornire nuovi spunti per i processi di innovazione partecipata

Alcune proiezioni di McKinsey sottolineato poi come i Big Data possano contribuire a innalzare di molto la produttività e il ritorno dell’investimento in alcuni specifici settori e industry:

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